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Terre rare dai reflui, il protocollo MOF che punta al riciclo industriale

Pubblicato su Nature Protocols un metodo per recuperare terre rare dalle acque reflue. L'Italia ne importa 230 tonnellate l'anno e ne ricicla zero.

Un gruppo dell'Indian Institute of Technology Gandhinagar con le università di Cambridge e Birmingham ha pubblicato su Nature Protocols un metodo riproducibile per recuperare terre rare e sequestrare metalli tossici dalle acque reflue. Il protocollo, uscito il 24 agosto, usa strutture metallo-organiche a base di rame e misura capacità di cattura fino a 490 mg/g per il piombo e 345 mg/g per l'europio.

Il protocollo delle MOF e i numeri della cattura

Le strutture metallo-organiche, note con l'acronimo inglese MOF, sono materiali porosi la cui chimica superficiale può essere programmata per legare elementi specifici. Gli autori descrivono la sintesi su scala di grammi, la caratterizzazione completa (cristallinità, porosità, morfologia, composizione) e la rigenerazione del materiale, usando precursori disponibili in commercio.

I dati di adsorbimento del sistema modello a base di rame indicano 490 mg/g per il piombo, 264 mg/g per il cadmio e 226 mg/g per il manganese sui metalli tossici. Per gli elementi strategici il protocollo misura 351 mg/g per il neodimio, 345 mg/g per l'europio, 343 mg/g per l'ittrio, 337 mg/g per il terbio e 335 mg/g per il disprosio. Le prove sono state condotte in reflui industriali con pH di circa 8,5, acqua marina artificiale e lisciviati derivati da rifiuti elettronici, non in sole soluzioni semplificate di laboratorio.

In Italia 230 tonnellate importate e zero neodimio recuperato

Il tema interessa direttamente il sistema italiano della ricerca e dell'industria. L'Italia importa ogni anno circa 230 tonnellate di terre rare leggere, in larga parte da fornitori cinesi che controllano fra l'80 e il 90% della capacità mondiale di estrazione, in uno schema di dipendenza strutturale già analizzata per la ricerca pubblica italiana. Nel 2024 i consorzi RAEE hanno gestito 237 mila tonnellate di rifiuti elettronici. Nei magneti permanenti dismessi da hard disk, altoparlanti e motori elettrici sarebbero contenute circa 20 tonnellate di neodimio recuperabili, oltre il 10% dell'import annuo. Il neodimio effettivamente riciclato nel paese resta zero.

Il nodo lo fissa il Critical Raw Materials Act europeo, in vigore dal 23 maggio 2024: entro il 2030 il 25% del fabbisogno interno di materie prime strategiche deve arrivare dal riciclo, il 40% dalla lavorazione in Europa e il 10% dall'estrazione. Il regolamento mette a disposizione 22,5 miliardi di euro per filiere e progetti strategici. Per i gruppi di ricerca che lavorano su MOF, scambio ionico e separazioni selettive, questo quadro traduce la chimica dei materiali porosi in domanda industriale concreta.

I progetti strategici italiani e il salto di scala

Nel primo bando della Commissione europea sui progetti strategici del CRMA quattro iniziative italiane erano già state riconosciute. Il 4 maggio 2026 il Comitato interministeriale per la transizione ecologica ha approvato altre sette proposte italiane per la seconda call UE, cinque di riciclo, una di trasformazione e una integrata, ora in valutazione a Bruxelles. In parallelo arrivano a bando i nuovi strumenti di finanziamento del MUR per PRIN, PRIN HYBRID e Sinergy Grant, che per il 2026 valgono 364 milioni su 239 progetti già selezionati.

Il protocollo appena pubblicato è una base metodologica utile ai consorzi che vogliono candidare progetti con industria sulla filiera del recupero da RAEE, reflui industriali e lisciviati elettronici, come previsto dal regolamento europeo sulle materie prime critiche. Lo stesso coordinatore della ricerca, Superb Misra, elenca cosa manca per il passaggio in impianto: produzione su larga scala, analisi dei costi, valutazione del ciclo di vita e verifiche normative. Sono i tasselli su cui la ricerca pubblica italiana ha competenze consolidate, ma a cui serve il raccordo con imprese nazionali o filiali italiane di gruppi globali per arrivare al pilota industriale.

La partita si gioca ora sulla capacità di collegare laboratori, enti pubblici e imprese prima della scadenza del 2030. Il tavolo con i presidenti dei 16 enti pubblici di ricerca italiani e con la Conferenza dei rettori è il luogo in cui le competenze di chimica dei materiali e ingegneria dei processi possono trasformarsi in filiere strategiche riconosciute dall'Europa.

Pubblicato il: 8 ottobre 2026 alle ore 10:43