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Peste preistorica al Lago Baikal: contagio sopra alcune fosse medievali

Lo studio Nature mostra che la peste uccideva cacciatori-raccoglitori in Siberia con un tasso d'infezione superiore a quello di alcune fosse medievali.

Nei cimiteri di cacciatori-raccoglitori del Lago Baikal il batterio della peste compare in 18 resti su 46, il 39% delle ossa esaminate. È una percentuale che supera quella documentata in alcune fosse comuni della peste medievale, secondo il comunicato dell'Università di Oxford che accompagna lo studio pubblicato su Nature il 17 giugno 2026.

Quattro cimiteri sull'Angara, due ondate epidemiche

Il gruppo di ricerca guidato da Ruairidh Macleod (Oxford), Eske Willerslev (Copenaghen e Cambridge) e Andrzej Weber (Alberta) ha analizzato il DNA estratto dai denti di 46 individui sepolti in quattro cimiteri lungo le sponde del fiume Angara, vicino al Lago Baikal. Lo Studio Nature sulla peste del Lago Baikal identifica due ondate epidemiche distinte: la prima tra 5.520 e 5.265 anni fa, la seconda tra 5.315 e 4.235 anni fa.

La somiglianza fra i genomi batterici della prima ondata indica che i decessi si sono concentrati in un arco molto breve, probabilmente una sola generazione. La ricostruzione delle parentele attraverso il DNA ha mostrato gruppi familiari completi colpiti dalla malattia: fratelli, genitori e figli sepolti insieme nello stesso periodo, in quella che è una trasmissione da persona a persona. L'archeologo Weber, che dagli anni Novanta dirige il Baikal Archaeology Project, ha confermato che il numero insolitamente alto di bambini sepolti in quei cimiteri restava un enigma irrisolto da decenni.

Più infezioni che in alcune fosse medievali

Il dato che ribalta la narrazione storica è il tasso di rilevamento del 39%. Significa che in quei piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori l'epidemia colpiva con un'intensità paragonabile o superiore a quella delle pandemie associate a città affollate e ratti del Medioevo. La scoperta sposta indietro anche la cronologia evolutiva del batterio: gli autori scrivono che i nuovi ceppi divergono ancestralmente da Yersinia pestis nota, e l'emergenza del patogeno si colloca prima di circa 5.700 anni fa, secoli prima delle prime città mesopotamiche.

A rendere letali quei ceppi siberiani contribuisce un superantigene unico nel locus ypm, una tossina genetica oggi presente solo nel parente stretto Yersinia pseudotuberculosis. I superantigeni scatenano risposte immunitarie estreme, in grado di provocare complicazioni infiammatorie gravi anche senza la capacità di trasmissione via pulci: quei ceppi infatti mancavano del gene ymt, fondamentale per la trasmissione bubbonica via morso di pulce.

Il picco di mortalità nei due cimiteri più grandi si concentra fra i bambini di 8-11 anni, mentre le sepolture di giovani adulti tra i 20 e i 35 anni sono quasi assenti. Lo squilibrio suggerisce un'immunità acquisita dagli adulti sopravvissuti a ondate precedenti, oppure una particolare vulnerabilità pediatrica al superantigene.

Cosa cambia per la storia delle epidemie

Per oltre un decennio la narrazione dominante collegava le epidemie di peste alla densità demografica e alla coabitazione con animali domestici tipiche del Neolitico agricolo. I dati siberiani smontano la correlazione: gruppi mobili di poche decine di persone, lontani da ogni concentrazione urbana, hanno conosciuto epidemie con tassi di infezione paragonabili a quelli delle città medievali.

Il vettore probabile della prima diffusione non sono ratti e pulci, ma le marmotte siberiane, ancora oggi serbatoio naturale di Yersinia pestis in Asia centrale. La caccia, la manipolazione delle carcasse e il consumo delle carni avrebbero portato il batterio nei nuclei familiari, dove la trasmissione interpersonale ha fatto il resto. Il comunicato dell'Università di Oxford sui ceppi di peste del Baikal sottolinea che l'origine geografica del patogeno si colloca con tutta probabilità nell'Asia centrale o nord-orientale.

Per la ricerca paleoepidemiologica significa che ogni grande sito archeologico di cacciatori-raccoglitori asiatici diventa potenziale teatro di indagine. Il DNA antico estratto dai denti permette di trasformare cimiteri muti in cronache biologiche di crisi familiari e patogeni, con lo stesso approccio che ha già riscritto la storia di cacao e bevande dolci nelle Americhe per 75 milioni di anni e la cronologia del cratere d'impatto più antico identificato sulla Terra. Logiche simili stanno emergendo anche nelle scoperte sui segnali precoci di invecchiamento cerebrale fra 44 e 67 anni, dove l'analisi molecolare ridisegna il calendario biologico dell'uomo.

Entro fine 2026 il team di Oxford prevede di estendere l'analisi del DNA antico ad altri siti dell'Asia centrale. Ogni cimitero preistorico potrebbe nascondere un focolaio rimasto invisibile per millenni.

Pubblicato il: 29 giugno 2026 alle ore 07:51