Un gruppo guidato dall'Inaf di Bologna ha appena spostato indietro di 1,8 miliardi di anni la storia ricostruita della Via Lattea. Lo studio, pubblicato su Nature Astronomy, individua una fusione con una galassia esterna avvenuta circa 12 miliardi di anni fa, ben prima di quella con Gaia-Enceladus finora considerata il più antico incontro noto.
Che cosa ha trovato lo studio Carma
Il risultato arriva dal progetto Carma, acronimo di Cluster Ages to Reconstruct the Milky Way Assembly, che usa gli ammassi globulari delle regioni interne della nostra galassia come traccianti degli eventi di fusione. Analizzando i dati del telescopio spaziale Hubble con un metodo di datazione più preciso di quelli disponibili finora, il gruppo ha isolato tre sequenze distinte per età e metallicità: una legata alla Via Lattea originaria, una alla nota fusione con Gaia-Enceladus e una terza, intermedia, che richiede l'esistenza di almeno un altro progenitore.
Quella terza popolazione porta la firma di una galassia esterna con una massa stellare intorno al mezzo miliardo di masse solari, che avrebbe depositato gran parte del suo materiale entro poco meno di ventimila anni luce dal centro. Al nuovo evento è stato dato il nome di Low-energy-Kraken-Heracles (Lkh), un acronimo che unisce le tre ipotesi con cui negli anni scorsi era stata suggerita l'esistenza di questo antico incontro. La ricostruzione allunga la cronologia certa degli eventi di fusione oltre il limite di dieci miliardi di anni finora consolidato.
La firma italiana dietro la scoperta
L'articolo su Nature Astronomy porta cognomi in gran parte italiani. Primo autore è Davide Massari, ricercatore Inaf a Bologna, seguito da Chiara Zerbinati, dottoranda al Dipartimento di Fisica e Astronomia dell'Università di Bologna che ha lavorato al progetto già durante la tesi magistrale, e da Cristiano Fanelli dell'Inaf. Le altre firme coinvolgono le Università di Bologna e Pisa e gli osservatori Inaf di Bologna, Abruzzo, Roma e Arcetri, insieme a colleghi olandesi e spagnoli.
Non è solo un dato di cortesia. Che una dottoranda entri come coautrice in un lavoro che riscrive due miliardi di anni di storia della nostra galassia pesa anche sul percorso individuale: una firma su Nature Astronomy vale in un curriculum quanto anni di corsi. E dice qualcosa sul modo in cui la ricerca astrofisica italiana forma gli studenti dentro pubblicazioni di frontiera. È la stessa filiera che negli ultimi mesi ha prodotto contributi come lo studio sul ribaltamento del disco galattico dopo Gaia-Enceladus o la nuova misura dei bracci esterni a 19 kpc con incertezza dell'1 per cento. Il comunicato ufficiale, con la lista completa degli autori e i dettagli tecnici, è pubblicato sul portale Media Inaf.
Che cosa serve ora per confermare Lkh
Il quadro va messo alla prova con osservazioni più fitte delle regioni interne della galassia. Il rilascio finale dei dati della missione Gaia dell'Agenzia Spaziale Europea, il cui strumento ha smesso di osservare a inizio 2025 dopo dieci anni di attività, resta la banca dati più ampia con cui incrociare cinematica ed età degli ammassi individuati. Alla verifica si aggiungerà il telescopio spaziale Plato dell'Esa, il cui lancio con Ariane 6 è fissato tra la fine del 2026 e i primi mesi del 2027 e che affiancherà la mappatura stellare con misure di età derivate dalla sismologia stellare.
Perché questa filiera di studi arrivi fino in fondo, però, serve un sistema di ricerca che non perda per strada i finanziamenti europei già vinti: è il caso del grant Erc da 4,2 milioni restituito per ostacoli burocratici segnalato di recente sempre nell'ambito universitario italiano. La prossima finestra utile per confermare o smontare Lkh sono i cataloghi Gaia in arrivo nei prossimi rilasci: chi li leggerà, dopo questo studio, andrà a cercare proprio la terza sequenza.