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Nasce LabPolK, il laboratorio contro il divario italiano sulla ricerca

Italia all'1,40% del PIL in ricerca, Germania al 3,1%: nasce LabPolK, laboratorio per riportare la scienza al centro delle scelte.

L'Italia spende l'1,40% del PIL in ricerca e sviluppo, meno della metà del 3% fissato come obiettivo dal Consiglio europeo. Il 16 ottobre 2026 è stato presentato alla Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma LabPolK, il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza, nato per riportare la ricerca al centro delle decisioni pubbliche in un Paese che sulla spesa in scienza resta tra gli ultimi del G7.

Cos'è LabPolK e chi ne fa parte

LabPolK riunisce una rete nazionale di circa quaranta tra docenti universitari e ricercatori di diverse discipline, costituita formalmente il 12 marzo 2026. Il primo incontro pubblico si è tenuto nella sede della Fondazione Basso, nel cuore di Roma, davanti a esponenti del mondo scientifico e culturale. L'obiettivo dichiarato è costruire un luogo stabile di confronto tra scienza, politica e società, oggi considerate troppo distanti rispetto alla portata delle trasformazioni in corso, dalla crisi climatica all'intelligenza artificiale.

Il lavoro è organizzato in tre gruppi tematici: «Scienza per la società», «Una nuova politica per l'alta formazione» e «Ricerca, sviluppo e innovazione nel contesto della politica industriale». Ad aprire la presentazione è stata Lucia Votano, fisica dell'Istituto nazionale di fisica nucleare e prima donna a dirigere i Laboratori nazionali del Gran Sasso. Il suo richiamo è stato esplicito: le somme che un Paese destina a scienza e tecnologia sono ormai un indicatore di forza geopolitica, al pari del PIL o della spesa militare. Dai laboratori del Gran Sasso arrivano anche gli esperimenti più avanzati di fisica fondamentale in cui la ricerca italiana resta competitiva.

Il divario italiano sulla spesa in ricerca

Nel 2024 l'Unione europea ha investito 403,1 miliardi di euro in ricerca e sviluppo, con un aumento del 3,6% sull'anno precedente. L'intensità di ricerca comunitaria resta però ferma al 2,2% del PIL, stabile da anni e lontana dall'obiettivo del 3% indicato dal Consiglio europeo. Il traguardo nel 2024 è stato raggiunto da sei soli Paesi: Svezia al 3,6%, Belgio al 3,4%, Austria al 3,3%, Finlandia al 3,2%, Germania al 3,1% e Danimarca al 3,0% (dati Eurostat sulla spesa in R&S 2024).

L'Italia si colloca ben al di sotto della media europea. I 31 miliardi di euro spesi nel 2024, con un aumento del 5,6% sul 2023, valgono soltanto l'1,40% del PIL secondo i dati ISTAT. Il distacco dalla Germania arriva a 1,7 punti di PIL, un disallineamento che, applicato all'economia italiana, equivale a decine di miliardi di investimenti mancati ogni anno. In diciannove Paesi dell'Unione l'intensità di ricerca è cresciuta nell'ultimo decennio: in Italia la crescita c'è stata, ma lenta e distribuita in modo diseguale tra Nord, Centro e Sud.

Votano ha letto il dato in chiave sistemica: i circa 400 miliardi europei divisi tra ventisette sistemi nazionali non bastano a competere con Stati Uniti e Cina, servono priorità condivise e risorse comuni. È una posizione che inquadra il ritardo italiano come problema europeo più ampio, non come questione nazionale isolata, e che riporta la discussione sul terreno delle alleanze industriali, delle infrastrutture di ricerca condivise e della governance comunitaria dei programmi di investimento.

Cosa cambia per università e ricerca pubblica

Nel 2024 le università italiane hanno portato la spesa in R&S a 13,3 miliardi di euro, con una crescita del 6,4%: oggi gli atenei pesano per il 26,9% dell'investimento totale e sono il secondo pilastro del sistema dopo le imprese private. La spesa pubblica resta però bassa, stimata intorno allo 0,5% del PIL, con una concentrazione geografica che penalizza le regioni meridionali e con un peso crescente dei progetti europei tra i canali di finanziamento ordinari. Casi come l'etichetta DeepMind per le proteine mostrano quanto l'alleanza tra laboratorio pubblico e industria tecnologica stia cambiando il perimetro dell'innovazione.

Il gruppo di lavoro dedicato all'alta formazione punta a mettere l'università al centro di un progetto di mobilità sociale e autonomia tecnologica. Il perimetro è quello delle trasformazioni in corso, dall'intelligenza artificiale alla fisica fondamentale fino alle nuove frontiere sulle origini del cervello umano: campi dove la ricerca pubblica italiana produce risultati ma fatica a entrare nelle filiere industriali. Il primo banco di prova sarà tradurre analisi e manifesti in proposte misurabili su quanto spendere, dove spendere e con quale governance tra ministeri, atenei ed enti di ricerca.

Il percorso del laboratorio si inserisce accanto ad altre reti universitarie e scientifiche attive in Italia, ma punta sulla continuità: non un evento, ma un soggetto stabile di proposta. Senza una traduzione in numeri e scadenze, il divario sulla ricerca resta un grafico Eurostat, non una scelta politica.

Pubblicato il: 21 ottobre 2026 alle ore 13:31