Il Cile spende lo 0,34% del Pil in ricerca e sviluppo, contro una media Ocse del 2,7%. L'Italia non sta molto meglio: 1,37% del Pil nel 2023, secondo i Comunicato ISTAT sulla ricerca e sviluppo in Italia 2023-2025, penultima fra le grandi economie dell'area e ferma da anni. La diagnosi sul caso cileno, pubblicata pochi giorni fa, sembra scritta anche per noi.
La diagnosi che arriva da Santiago
Carlos Olivares, consulente di alta formazione, ha pubblicato il 24 giugno 2026 un commentary su University World News in cui smonta la narrazione del Cile come storia di successo della conoscenza. Le università cilene producono sempre più paper scientifici, ma secondo l'Unesco il Paese fatica a brevettare, trasferire tecnologia o trasformare la ricerca in prodotti.
Il punto centrale dell'analisi non è quanto si spende, ma come è costruito il sistema: fondi frammentati e di breve durata, premi individuali invece che progetti di squadra, accreditamento concentrato sul rispetto delle regole interne agli atenei e non sull'impatto esterno. Olivares cita Corea del Sud (oltre il 4% del Pil in R&S, allineata a un piano industriale di lungo periodo) e Finlandia come esempi di transizione riuscita all'economia della conoscenza grazie a una regia politica continua, non a singole riforme istituzionali.
Lo specchio italiano: 29,4 miliardi che non bastano
I dati ISTAT pubblicati il 25 settembre 2025 fotografano la spesa italiana in R&S intra-muros nel 2023 a 29,4 miliardi di euro, in crescita del 7,7% sul 2022 ma con un'incidenza sul Pil sostanzialmente piatta: 1,37%, contro l'1,41% del 2021. La media Ue è 2,1%, quella Ocse 2,7%, la Corea del Sud sfiora il 5%. Germania e Stati Uniti, già davanti quarant'anni fa, hanno allargato il distacco: il gap con Berlino è passato da 1,3 a 1,8 punti percentuali, quello con Washington da 1,5 a 2,3 punti, secondo l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica.
La distribuzione della spesa racconta un sistema che assomiglia molto a quello descritto da Olivares. Le imprese pesano per il 58,4% (17,2 miliardi, pari allo 0,80% del Pil), le università per il 25% (7,4 miliardi), le istituzioni pubbliche per il 14,9% (4,4 miliardi). Anche in Italia il sistema valuta i ricercatori sulle pubblicazioni più che sull'impatto, gli uffici di trasferimento tecnologico restano sottodimensionati e la cosiddetta terza missione resta marginale rispetto ai carichi didattici e ai prodotti individuali. PNRR e riforma del reclutamento hanno mosso le istituzioni, non hanno costruito un piano industriale e scientifico unitario.
Cosa cambia per atenei, imprese e ricercatori
Le previsioni ISTAT per il 2025 indicano un +4% di spesa programmata dalle imprese sul 2024 e un +7,2% nel settore pubblico. Numeri positivi, ma non sufficienti a colmare in tempi brevi il divario rispetto alla media Ocse. La differenza fra il caso cileno e quello italiano sta soprattutto nella dotazione di partenza, non nella natura del problema: assenza di obiettivi nazionali vincolanti, coordinamento debole fra ministeri (MUR, Mimit, Salute, Ambiente) e un sistema di incentivi che continua a premiare il singolo paper più della collaborazione fra atenei e imprese.
Le sei fabbriche europee di intelligenza artificiale finanziate da EuroHPC mostrano come l'Europa stia provando a coordinare le missioni tecnologiche con piani pluriennali; sul fronte italiano, esperienze come l'agrivoltaico con pannelli solari semi-trasparenti per le serre e dispositivi come l'anello che traduce in tempo reale la lingua dei segni sviluppato negli atenei dimostrano che la ricerca applicata esiste e funziona quando il finanziamento è di scopo e non solo competitivo.
Il prossimo aggiornamento dei dati ISTAT, atteso entro fine 2026, dirà se il salto programmato dalle imprese basterà almeno a stabilizzare l'incidenza sul Pil. Tutto il resto dipende da un piano industriale e scientifico che, come in Cile, non c'è ancora.