L'Agenzia Spaziale Italiana apre il 19 ottobre 2026 una First Call per raccogliere proposte di esperimenti su una piattaforma orbitale capace di generare gravità artificiale controllata. L'obiettivo è colmare un vuoto che nessuna agenzia spaziale è riuscita a chiudere in sessant'anni di esplorazione umana dello spazio.
Che cosa chiede l'ASI alla comunità scientifica
Lo scenario di riferimento è concreto: esperimenti di dimensioni contenute, pari a poche unità CubeSat da 10x10x11 centimetri l'una, completamente automatizzati, operativi per periodi prolungati a diversi livelli di gravità. Tra questi figurano quelli caratteristici della Luna (0,166 g, un sesto della gravità terrestre) e di Marte (0,38 g), condizioni che nessun laboratorio terrestre può riprodurre per più di una trentina di secondi in volo parabolico. La Stazione Spaziale Internazionale, in orbita a circa 400 chilometri, opera in microgravità continua: non serve a studiare come biologia, fluidi e materiali reagiscono a gravità ridotta ma non nulla. Gli ambiti indicati nella First Call dell'Agenzia Spaziale Italiana sono quattro: scienze della vita, fluidi e fenomeni multifase, materiali e processi produttivi, tecnologie per l'esplorazione planetaria.
Perché un CubeSat per fare quello che von Braun immaginò nel 1952
L'approccio italiano rompe con settant'anni di immaginario spaziale. Il concetto di stazione rotante risale a Herman Potočnik (1929) e fu rilanciato da Wernher von Braun nel 1952, con un celebre toroide da 76 metri di diametro reso poi iconico da *2001: Odissea nello spazio*. Dal 1960 al 1962 la NASA sviluppò un prototipo da 7,3 metri, l'Erectable Torus Manned Space Laboratory, cancellato prima di arrivare al volo per i costi di assemblaggio in orbita. Da allora, nessuna agenzia spaziale ha realizzato una centrifuga operativa in orbita. Lo scenario ASI inverte la logica dei grandi tori abitati e punta su laboratori senza equipaggio di pochi chilogrammi, sulla scia di progetti accademici come AOSAT dell'Università dell'Arizona. Un approccio che ricorda altri esperimenti italiani capaci di tagliare costi con hardware contenuto, come il protocollo MOF per recuperare terre rare dai reflui industriali. Il presupposto è pragmatico: se bastano trenta centimetri di laboratorio automatizzato per fare biologia o scienza dei materiali, si può volare prima e testare in parallelo più livelli di gravità invece di aspettare un'infrastruttura da miliardi di euro.
Perché conta per astronauti, Luna e ricerca italiana
Il nodo sanitario è il più urgente. Sulla ISS gli astronauti perdono tra l'1% e l'1,5% di densità minerale ossea al mese nonostante le ore quotidiane di esercizio fisico, un ritmo oltre dieci volte più veloce dell'osteoporosi grave sulla Terra, come documentano i dati NASA sulla salute umana nello spazio. Senza misure sperimentali dirette sul comportamento del corpo a 0,166 g e 0,38 g, le missioni Artemis verso la Luna e i piani di esplorazione marziana procedono per estrapolazione dai modelli terrestri. Per la ricerca italiana è un'occasione concreta: dopo la visibilità del Nobel per la fisica assegnato a Francis Halzen con contributi italiani nell'astrofisica delle particelle, e di studi astronomici a partecipazione tricolore come la misura del campo magnetico di Beta Pictoris b con MeerKAT, una piattaforma CubeSat di gravità variabile aprirebbe ai laboratori universitari italiani un canale di accesso che oggi non esiste a scala industriale.
Il questionario del 19 ottobre funzionerà da termometro per il sistema universitario e industriale italiano: misurerà quante idee sperimentali già mature la comunità è pronta a mettere sul tavolo e in quanti ambiti, dalle colture cellulari ai processi di fonderia a bassa gravità. L'esito deciderà se nei prossimi anni i dati reali su gravità lunare e marziana arriveranno da esperimenti italiani o se Italia ed Europa continueranno a comprarli da chi, tra Stati Uniti e Cina, arriverà prima a far ruotare in orbita la propria piattaforma dedicata.