Le sanzioni USA alle aziende cinesi hanno prodotto un effetto che Washington non aveva calcolato: anziché frenare l'innovazione tecnologica di Pechino, hanno spinto imprese come Huawei e Dji a legarsi più strettamente alla ricerca scientifica pubblica. Lo rivela uno studio della Shenzhen University pubblicato il 2 ottobre 2026 sulla rivista Science, che analizza il periodo 2010-2022 delle società inserite nella Entity List statunitense.
I numeri dello studio di Science
Il team guidato da Junhan Wang ha incrociato brevetti e pubblicazioni delle aziende cinesi finite nella Entity List, l'elenco del Dipartimento del Commercio USA che limita l'accesso a tecnologie proprietarie americane per motivi di sicurezza nazionale. Il risultato è netto: le aziende sotto sanzione hanno aumentato l'uso di conoscenza scientifica di pubblico dominio nei loro brevetti e sono diventate esse stesse produttrici di ricerca pubblicata su riviste internazionali.
Il meccanismo è semplice. Tagliati fuori dai canali di innovazione privati americani, i gruppi cinesi hanno cercato nuove fonti nel sapere accessibile, assumendo ricercatori accademici, finanziando laboratori universitari e aumentando le proprie pubblicazioni. La scienza, scrivono gli autori, è diventata uno strumento per aggirare le barriere geopolitiche.
Il contesto macro conferma la direzione. Nel 2022 la Cina ha prodotto il 27% delle pubblicazioni scientifiche globali, contro il 14% degli Stati Uniti, secondo i dati della National Science Foundation americana. Nel decennio 2012-2022 la produzione cinese è cresciuta del 173%, quella statunitense appena del 6%.
In Italia il legame impresa-ricerca va dalla parte opposta
Nel nostro paese il quadro è specularmente diverso. Nel 2023 la spesa in ricerca e sviluppo intra-muros ha toccato 29,4 miliardi di euro, in crescita del 7,7% nominale sull'anno precedente. Ma la spinta arriva dal pubblico: secondo l'ultimo rapporto ISTAT sulla ricerca e sviluppo in Italia le università hanno aumentato la spesa R&S del 9,9%, le istituzioni pubbliche del 14,5%, mentre le imprese si fermano al +5,4% e le piccole aziende arretrano del 2,3%.
Il rapporto fra ricerca pubblica e privata resta anomalo. Oltre l'80% della spesa privata italiana in R&S arriva da imprese appartenenti a gruppi multinazionali, e circa la metà di questa quota viene da gruppi esteri: la ricerca industriale, quando c'è, non nasce da aziende nazionali ma transita per sedi di gruppi globali che hanno investito in Italia. Un modello distante da quello cinese raccontato da Science, dove le imprese sanzionate alimentano la ricerca accademica interna invece di dipendere da canali esterni che le sanzioni possono chiudere.
Soprattutto, l'intensità complessiva della ricerca italiana resta ferma all'1,37% del PIL, contro il 2,2% della media UE del 2024 secondo i dati Eurostat sulla spesa europea in ricerca e sviluppo, il 2,6% della Cina stimato dall'OCSE e il 3% fissato come obiettivo del Consiglio europeo. Sei paesi dell'Unione hanno già superato quella soglia: Svezia (3,6%), Belgio (3,4%), Austria (3,3%), Finlandia (3,2%), Germania (3,1%), Danimarca (3,0%). L'Italia non figura nella lista.
Cosa cambia per università e ricercatori italiani
Il modello cinese descritto da Science rovescia la narrativa secondo cui le sanzioni fermano l'innovazione: isolate dai canali privati, le imprese finiscono per rafforzare il sistema universitario pubblico interno. In Italia succede l'opposto. La spesa R&S cresce più nelle università che nelle imprese e intanto i ricercatori italiani vincitori di ERC vanno all'estero perché qui le risorse non arrivano. Il risultato è un sistema accademico in crescita quantitativa ma scollegato dal tessuto produttivo nazionale, mentre Pechino prepara piani quindicennali che toccano ogni settore, dalla microelettronica alla prima missione cinese di ritorno di campioni da Marte prevista per il 2031.
La Entity List USA conta oggi migliaia di entità straniere, molte delle quali cinesi. Lo studio di Shenzhen suggerisce che per queste imprese il canale scientifico aperto è diventato una infrastruttura strategica: in Italia, prima di competere, servirebbe collegare i due pezzi che oggi crescono separati.