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Il microbioma di Ötzi è vivo: lieviti antartici dal 85 al 98%

Eurac e rivista Microbiome: nella mummia del Similaun a -6 °C i lieviti Glaciozyma sono passati dal 85% al 98% in nove anni.

La mummia di Ötzi non è un reperto congelato nel tempo. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Microbiome il 2 giugno 2026 dimostra che a -6 gradi, nella teca del Museo Archeologico dell'Alto Adige, il microbioma dell'Uomo del Similaun continua a evolversi. Le proporzioni tra le specie stanno cambiando in tempi misurabili.

Dal 85 al 98 per cento: la comunità fungina si concentra

Il dato che cambia la nostra idea di conservazione è una semplice percentuale. Nei campioni prelevati nel 2010 il lievito Glaciozyma watsonii rappresentava circa l'85 per cento della comunità fungina superficiale. Nei campioni del 2019 la stessa specie raggiunge il 98 per cento. In nove anni un singolo microrganismo è quasi diventato l'unico abitante visibile della pelle.

Lo studio coordinato da Frank Maixner e Mohamed S. Sarhan dell'Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research distingue per la prima volta la flora intestinale originaria dell'Iceman, ricca di batteri oggi rari nelle popolazioni industrializzate, dai microrganismi che hanno colonizzato il corpo dopo la morte e dopo il ritrovamento del 1991. Nello stomaco sopravvive Pseudomonas sp. 5C2, un ceppo che il gruppo ha isolato e nominato per la prima volta.

Sulla pelle invece domina la comunità psicrofila adattata all'umidità relativa del 99 per cento mantenuta nella cella frigorifera di Bolzano. La differenza tra i due ambienti è netta perché l'analisi è stata fatta con metatrascrittomica: la tecnica legge l'RNA messaggero e quindi distingue i microrganismi vivi e attivi da quelli inerti. I ricercatori chiedono ora che questo approccio sostituisca i controlli microbiologici di routine sui resti antichi.

Quattro lieviti antartici coltivati a -6 gradi

Quattro ceppi di lieviti psicrofili sono stati estratti dalla mummia e fatti crescere in coltura: Glaciozyma watsonii, Mrakia robertii, Phenoliferia glacialis e un quarto isolato del genere Goffeauzyma. Sono tutti parenti stretti delle specie raccolte nei laghi salmastri e nei suoli antartici, una conferma indipendente che l'ambiente di conservazione del museo è effettivamente glaciale.

Il dettaglio più curioso riguarda il fenolo. La sostanza è il disinfettante applicato sulla mummia subito dopo il ritrovamento del 1991, ma alcuni dei lieviti isolati oggi la usano come fonte di carbonio. Una nicchia chimica artificiale ha selezionato in poco più di trent'anni una sotto-popolazione capace di degradarla.

Le analisi sono state condotte all'Eurac Research - Istituto per lo studio delle mummie, che dal 2007 coordina le indagini su Ötzi. Le scoperte sui resti antichi continuano a ribaltare le scale temporali della biologia, come è successo di recente con le scoperte sulla storia millenaria del cacao, che hanno spostato indietro l'origine del genere Theobroma.

Dalla teca del museo ai bioreattori industriali

I lieviti che vivono e si moltiplicano sotto zero sono già un obiettivo di ricerca industriale. Le fermentazioni a basse temperature consumano meno energia, riducono il rischio di contaminazione da patogeni mesofili e abilitano filiere alimentari che richiedono catene del freddo continue. Il problema è trovare ceppi che lavorino bene a -6 gradi senza richiedere ottimizzazioni costose.

I quattro isolati offrono materiale genetico già selezionato per quegli ambienti. Le sequenze codificanti per gli enzimi di membrana e per i sistemi antigelo cellulari possono essere trasferite a ceppi industriali di Saccharomyces o utilizzate per riprogettare lieviti alimentari. La paleomicrobiologia sta passando così da disciplina storica a fonte di brevetti.

I dati di lungo periodo cambiano anche il modo di leggere altri equilibri biologici e ambientali. Il monitoraggio decennale che ha confermato il recupero dell'ozono dopo 38 anni di restrizioni ai CFC mostra che servono finestre di osservazione larghe per cogliere variazioni reali, e le finestre di osservazione sull'Uomo del Similaun stanno solo cominciando.

Il prossimo passo dichiarato dagli autori è la sorveglianza genomica proattiva del museo, con metatrascrittomica ripetuta a intervalli regolari. Lo stesso principio guida ormai anche la ricerca sui cambiamenti del corpo umano sano, come quella che ha individuato segnali precoci di invecchiamento cerebrale tra i 44 e i 67 anni: le finestre temporali strette restituiscono pattern invisibili a sguardi più larghi.

Pubblicato il: 3 giugno 2026 alle ore 13:27