Indice: In breve | Perché la traccia sulla fatica è stata la più scelta | Tre nodi del discorso pubblico su giovani e fatica | Errori frequenti nel discorso pubblico sui giovani | Domande frequenti
In breve
* La traccia C della maturità 2026 proponeva un testo di Mario Calabresi sulla fatica.
* È risultata la tipologia più scelta dai maturandi alla prima prova scritta.
* Il dibattito pubblico associa spesso intelligenza artificiale, giovani e rifiuto dello sforzo.
* I dati raccontano una storia diversa: i ragazzi non rifiutano la fatica, rifiutano quella di cui non vedono il senso.
* Il discrimine non è tra impegno e pigrizia, ma tra fatica che forma e fatica che sfrutta.
Alla maturità 2026, la traccia di tipologia C più scelta dai maturandi italiani è stata quella che proponeva un brano di Mario Calabresi tratto dal suo libro «Alzarsi all'alba», pubblicato da Mondadori nel 2025. Il testo invitava a riflettere sulla fatica, parola che secondo il giornalista «ha assunto via via una connotazione negativa fino quasi a scomparire dal vocabolario quotidiano». La preferenza per quella traccia ha riacceso un dibattito ricorrente sul rapporto tra giovani e fatica: i ragazzi non vogliono più sforzarsi, oppure sono gli adulti a leggere male la loro scelta?
Perché la traccia sulla fatica è stata la più scelta
Il fatto che una riflessione su uno sforzo «fuori moda» abbia incontrato il consenso di tanti studenti diciottenni dice qualcosa sullo stato del discorso pubblico. La tipologia C della prima prova è una riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità: chi la sceglie cerca un tema che gli appartiene, non un autore che ha studiato. Calabresi propone la fatica non come sofferenza, ma come determinazione, passione, costanza. La definisce un'ancora di salvezza in un tempo «frammentato», in cui «è difficile trovare un senso e una direzione». I ragazzi e le ragazze che hanno scelto questo testo non si sono affidati alla nostalgia di una generazione precedente: hanno scelto un terreno su cui erano già attrezzati a discutere.
Tre nodi del discorso pubblico su giovani e fatica
* L'intelligenza artificiale come scorciatoia. L'IA promette risposte pronte, velocità, risultato senza sforzo. Secondo molti commentatori il fatto che i ragazzi usino abitualmente strumenti generativi proverebbe la loro pigrizia. L'accostamento è automatico ma debole: usare uno strumento per essere più veloci non significa rifiutare la fatica. Significa allocarla diversamente, su attività che lo strumento non risolve. * La fatica come ricatto culturale. Per decenni parole come «gavetta», «spirito di sacrificio», «farsi le ossa» hanno coperto stipendi indegni, stage non retribuiti, contratti a chiamata. Quella fatica non forma: ricatta. È la fatica di chi viene trattenuto in tirocini prolungati con la promessa di una stabilizzazione che non arriva, o di chi accetta straordinari non pagati nel nome dell'esperienza. * La nuova consapevolezza generazionale. I dati ISTAT sui NEET, sull'occupazione giovanile e sulle dimissioni volontarie raccontano una generazione che non rifiuta il lavoro, ma rifiuta il lavoro a qualsiasi condizione. Il calo della disponibilità ad accettare stipendi che non coprono affitto e spese essenziali non è pigrizia: è una rinegoziazione del prezzo dello sforzo.
Errori frequenti nel discorso pubblico sui giovani
Confondere strumento e attitudine. Quando si dice che i giovani usano l'IA «per non faticare», si fa un errore di categoria. Lo strumento è uno strumento: chi lo usa bene si toglie del lavoro ripetitivo e si concentra su problemi più difficili; chi lo usa male produce contenuto vuoto. La differenza non è generazionale, è di metodo.
Trattare «fatica» come parola unica. Nel testo di Calabresi la fatica è una virtù; in un contratto di stage non retribuito la stessa parola descrive una forma di sfruttamento. Sono due esperienze diverse che la lingua comune accomuna. Discutere il rapporto fra ragazzi e sforzo senza distinguere le due genera dialoghi sordi.
Confrontare generazioni in epoche diverse. Il «si stava meglio quando si stava peggio» è una scorciatoia che non regge al confronto numerico. Stipendi reali, accesso alla casa, anni passati in stage, durata della precarietà: ogni indicatore racconta che la fatica di chi ha vent'anni oggi non è la stessa di chi li aveva trent'anni fa.
Cercare un colpevole anziché una mappa. Identificare la pigrizia dei giovani come causa è più facile che mappare il sistema che assorbe il loro sforzo senza restituirlo. Il problema non è educare alla sofferenza, ma aiutare a distinguere la fatica che forma da quella che ricatta.
Domande frequenti
Cos'è la traccia C della prima prova di maturità?
La tipologia C è una «riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità». Chi la sceglie discute un tema contemporaneo a partire da uno spunto fornito dal Ministero dell'Istruzione e del Merito, di solito un brano di un autore vivente. Nella prima prova del 2026 lo spunto era un testo di Mario Calabresi tratto da «Alzarsi all'alba».
Perché Calabresi parla di fatica come ancora di salvezza?
Nel passaggio proposto, Calabresi distingue la fatica come sofferenza dalla fatica come «determinazione, passione, costanza». La seconda è ciò che, secondo l'autore, restituisce senso e direzione in un tempo «frammentato», in cui le risposte rapide promesse da algoritmo e intelligenza artificiale «evaporano con la stessa velocità con cui sono venute».
I ragazzi usano davvero l'IA per non studiare?
L'evidenza empirica è ambigua. L'IA accelera ricerche e prime stesure, ma il risultato finale dipende dalla capacità di chi interroga lo strumento. Confondere uso dell'IA e rifiuto dello sforzo è una scorciatoia narrativa, non un dato verificato.
Che differenza c'è fra fatica formativa e fatica che sfrutta?
La fatica formativa lascia una competenza, una rete, un percorso verificabile e un riconoscimento economico coerente con il valore prodotto. La fatica che sfrutta produce solo monte ore non pagato, stage rinnovati senza assunzione, mansioni senza inquadramento. La prima costruisce capacità professionali e autonomia; la seconda trattiene chi la subisce dentro una promessa che non si avvera mai.
Il dato che resta dopo la prima prova della maturità 2026 è semplice. I diciottenni che hanno scelto la traccia C non hanno reagito alla parola «fatica» come a un'imposizione fuori tempo, né l'hanno ridotta a un valore retorico ereditato dai genitori e dai loro racconti di gioventù. L'hanno scelta perché conoscono il prezzo dello sforzo e vogliono sapere chi lo paga, in che termini e con quale ritorno concreto. Tradurre quella domanda in politiche pubbliche, contratti chiari e percorsi formativi riconoscibili è il compito che riguarda gli adulti, non loro.