Il gruppo di ricerca dell'Università di Brescia coordinato da Elza Bontempi ha fondato Mira, spinoff che punta a estrarre litio, nichel e cobalto dalle batterie esauste con una tecnologia a microonde brevettata. La società nasce mentre l'UE fissa target vincolanti di recupero all'80% entro il 2031, con l'Italia ancora lontana dai livelli richiesti.
Cosa fa lo spinoff Mira
Mira è l'acronimo di Microwave Innovation for Resource Activation. È stato costituito dai ricercatori Elza Bontempi, Laura Depero, Maria Antonietta Vincenti e Alberto Mannu insieme all'imprenditore Cristian Fracassi, in seguito ai progetti Tech4Lib e Caramel condotti al Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale dell'ateneo. Il nucleo tecnologico è un processo carbotermico assistito da microonde: una potenza di 600 W applicata per soli 5 minuti porta le polveri di catodo oltre i 600°C, permettendo di recuperare più dell'80% del litio senza acidi né solventi industriali. Il metodo è coperto da un brevetto congiunto UniBS-INSTM, premiato nel 2023 con l'Intellectual Property Award per l'imprenditoria femminile. Il campo di applicazione va oltre l'automotive: le stesse microonde possono trattare le ceneri dei fanghi di depurazione per estrarre fosforo e altri metalli, aprendo un secondo mercato per gli impianti di trattamento delle acque reflue.
Il calendario UE che spinge la nuova filiera
Il Regolamento (UE) 2023/1542 sulle batterie e i rifiuti di batterie impone tassi minimi di recupero dei materiali: 50% per il litio entro fine 2027 e 80% entro fine 2031. Dal 18 agosto 2031 le batterie nuove dovranno contenere almeno il 6% di litio riciclato, quota che sale al 12% dal 2036. In parallelo, il Critical Raw Materials Act della Commissione europea fissa al 25% la quota del fabbisogno annuo europeo coperta tramite riciclo interno entro il 2030, con nessuna materia strategica che dipenda per più del 65% da un singolo Paese terzo. Oggi la Cina raffina tra il 60% e il 70% del litio globale e fornisce il 56% delle materie critiche importate dall'UE. La Commissione stima che la domanda europea di litio crescerà di dodici volte entro il 2030 e ventuno volte entro il 2050, spinta dalle batterie per veicoli elettrici e dagli accumuli stazionari. Senza una filiera interna del riciclo, le case automobilistiche europee dovrebbero acquistare litio secondario fuori dai propri confini, restando esposte a colli di bottiglia geopolitici. Il contributo italiano si aggiunge ad altri risultati recenti della ricerca nazionale, dalla firma italiana nella mappatura X della Pulsar del Faro alla nomina di Enrica Porcari come prima Chief Information Officer del CERN.
Il gap italiano da colmare
I numeri di partenza per l'Italia mostrano la distanza dagli obiettivi europei. Nel 2024 la raccolta di batterie portatili si è fermata al 36,47% dei quantitativi immessi sul mercato secondo il Centro di Coordinamento Nazionale Pile e Accumulatori, quasi sei punti in più rispetto al 2023 ma ancora lontano dai target di recupero materia. Sul fronte dei fanghi di depurazione, ISPRA misura una produzione nazionale intorno a 3,24 milioni di tonnellate all'anno, per lo più smaltite in agricoltura o in discarica: se il processo Mira dimostrasse la scalabilità industriale, quelle ceneri diventerebbero una miniera urbana di fosforo, cobalto e nichel senza estrazione primaria. Per l'industria italiana significa spostare investimenti dai contratti di importazione ai revamping degli impianti di trattamento. Per docenti e ricercatori è un caso da studiare per capire come il ruolo dell'IA nella ricerca applicata debba convivere con competenze umane capaci di guidare l'innovazione.
Il primo banco di prova arriverà quando lo spinoff porterà il processo su scala industriale: le batterie automotive a fine vita in Italia si avvicineranno alle 10.000 tonnellate annue entro il 2030 secondo le stime Motus-E, un volume che oggi nessun impianto nazionale è ancora attrezzato a trattare integralmente.