Alle 11:53 UTC del 20 luglio 1976 il lander Viking 1 posava le sue tre gambe sulla piana di Chryse, al termine di un viaggio di 300 milioni di chilometri. Doveva funzionare 90 giorni: ne visse 2.307.
Il primo sguardo dalla superficie
Il lander atterrò a 22,48° Nord, 47,94° Ovest, in una regione battezzata "Golden Plain". La prima immagine iniziò ad arrivare al Jet Propulsion Laboratory della NASA circa 40 minuti dopo il touchdown, formandosi linea dopo linea sui monitor di controllo: rocce, sabbia e uno dei pattini del lander in un angolo dell'inquadratura. Il giorno successivo, 21 luglio 1976, il veicolo trasmise il primo scatto a colori mai ottenuto dalla superficie di un altro pianeta. Nel corso della missione i due lander Viking, insieme, restituirono oltre 4.500 fotografie del suolo marziano, inclusi panorami a 300° del sito di atterraggio. Un secondo lander, Viking 2, si posò sei settimane dopo su Utopia Planitia, mentre due orbiter continuarono a mappare il pianeta dall'alto e a fare da relè per le comunicazioni con la Terra.
Il record che ha resistito 34 anni
La longevità è il dato che rende questo lander un caso limite nella storia dell'esplorazione planetaria. La NASA aveva progettato il veicolo per una vita operativa di 90 sol dopo il touchdown. La missione si concluse invece l'11 novembre 1982, dopo 2.307 giorni terrestri e 2.245 sol marziani: il lander funzionò circa 25 volte più a lungo del previsto (scheda missione Viking sul portale NASA). Il record della più lunga permanenza operativa sulla superficie di Marte è rimasto imbattuto per 34 anni. È caduto solo il 19 maggio 2010, quando il rover Opportunity superò quella soglia di sol. Anche il gemello Viking 2 sopravvisse tre anni e mezzo, restituendo dati continui dalla piana di Utopia. Il "manufatto simbolico" citato dal responsabile del team di imaging, Thomas Mutch, ovvero un pattino del lander visibile in un angolo delle prime foto, è diventato la firma iconica di una missione che ha ridefinito cosa significhi "vita utile" per una sonda planetaria. Il margine di sopravvivenza oltre le specifiche progettuali è passato dalla categoria dell'eccezionale a quella dell'atteso: quando oggi Curiosity e Perseverance vengono progettati, il gruppo di lavoro assume come base che il veicolo continuerà a operare ben oltre la scadenza nominale.
Cosa ha lasciato Viking, cosa cercano oggi i rover
L'investimento fu enorme rispetto a qualsiasi standard successivo. I due lander e i due orbiter costarono complessivamente 1,06 miliardi di dollari del 1976, pari a circa 7,1 miliardi attualizzati al 2020: Viking resta la missione robotica planetaria più costosa mai finanziata dall'agenzia americana. Perseverance, atterrato nel cratere Jezero nel febbraio 2021, ha un costo complessivo stimato attorno ai 2,7 miliardi di dollari, meno della metà del budget attualizzato di Viking. La domanda scientifica che il lander del 1976 non riuscì a chiudere, ovvero se Marte avesse mai ospitato la vita, è ancora aperta e passa oggi per i campioni raccolti da Perseverance, alcuni dei quali contengono centinaia di molecole organiche in Cheyava Falls che non costituiscono ancora prova di vita passata. Curiosity, sul cratere Gale, ha superato a metà 2026 il 4.700° sol operativo e continua a fornire dati stratigrafici sulle antiche tempeste di sabbia, come le formazioni scoperte nel canyon "Jawbone" e descritte in uno studio pubblicato quest'anno sulla rivista Geology.
L'eredità operativa del 1976 è oggi visibile nel modo in cui le agenzie progettano le missioni marziane: sovradimensionate rispetto alla vita nominale, con margini che consentono anni di operatività extra. Molte scoperte planetarie arrivano da dati raccolti decenni prima, come nel caso del terzo pianeta di Beta Pictoris identificato nei dati ESO e JWST dopo 11 anni: cinquant'anni di dati marziani continuano a essere riletti con strumenti nuovi e domande più precise.