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Vette d'Europa più verdi, ma le piante alpine spariscono più in fretta

Uno studio su Science mostra che sulle vette europee arrivano nuove specie ma quelle alpine spariscono più veloci. Il ruolo di 7 enti italiani.

Le vette europee stanno diventando più verdi, ma è un'illusione ottica. Uno studio pubblicato sulla rivista Science mostra che sulle 62 cime monitorate in Europa negli ultimi 21 anni le piante specializzate d'alta quota scompaiono a un ritmo sempre più elevato, proprio mentre nuove specie salgono dal basso e gonfiano il conteggio complessivo della biodiversità.

896 aree di rilievo, 62 vette e un paradosso durato 21 anni

La ricerca, guidata dall'Università di Vienna e dall'Accademia austriaca delle scienze, ha rianalizzato 896 aree permanenti di rilievo distribuite su 62 vette europee, dai Pirenei alle Alpi fino agli Appennini centrali, censite quattro volte tra il 2001 e il 2022 nell'ambito del programma internazionale Gloria (Global Observation Research Initiative in Alpine Environments). A ogni nuovo rilievo la percentuale di specie non più ritrovate è aumentata, e la correlazione con l'intensità del riscaldamento locale è risultata più forte della semplice tendenza temporale. In pratica dove le montagne si sono scaldate di più, la scomparsa delle piante è accelerata. Il primo firmatario Johannes Wessely lo mette così: 'I dati mostrano chiaramente che le specie hanno più probabilità di sparire dalle vette che hanno subito un riscaldamento più marcato'. La contraddizione apparente sta tutta qui: il numero complessivo di specie per vetta cresce, perché piante di quote inferiori colonizzano fasce sempre più alte, ma le specie storiche d'alta quota, quelle che non hanno altrove dove salire, si estinguono localmente in silenzio.

Il debito di estinzione e il contributo di sette enti italiani

Il punto meno raccontato dello studio è il concetto di debito di estinzione. Le piante d'alta quota sono spesso longeve e tolleranti allo stress: una sassifraga o una carice possono sopravvivere per decenni anche in condizioni sfavorevoli, prima di soccombere. Significa che le sparizioni osservate oggi non sono la risposta al clima di quest'anno, ma la conseguenza ritardata di cambiamenti iniziati decenni fa. Il coordinatore Gloria Harald Pauli, dell'Università Boku di Vienna, aggiunge un tassello: 'Quando le specie crescono già in aree più calde della media, diventano più sensibili a un ulteriore aumento della temperatura'. Le popolazioni al margine termico più basso del proprio areale saltano per prime, e il calo di abbondanza precede in modo statisticamente significativo la scomparsa vera e propria: un segnale precoce che i gestori delle aree protette possono usare per intervenire prima.

Al lavoro hanno partecipato sette istituzioni italiane: le università di Torino, Parma, Pavia e del Molise, l'Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Cozie, il Parco nazionale della Maiella e l'Istituto per l'ambiente alpino di Eurac Research a Bolzano. Il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente dell'Università di Pavia, guidato da Graziano Rossi, ha coordinato il contributo italiano al monitoraggio con i ricercatori Simone Orsenigo, Andrea Mondoni e Thomas Abeli. La ricerca italiana continua a occupare un posto rilevante nella scienza di base europea, le cinque ricerche italiane più importanti del semestre lo hanno mostrato in altri ambiti dalla biomedicina all'intelligenza artificiale.

Cosa cambia per la conservazione alpina italiana

Il messaggio operativo per chi gestisce parchi e aree protette è netto: il semplice conteggio delle specie non basta più come indicatore di salute. Una vetta che 'guadagna' due specie generaliste ma perde una sola specie endemica esce in pareggio nelle statistiche di biodiversità, mentre in realtà ha subito una perdita irreversibile. È lo stesso tipo di paradosso che si osserva anche fuori dall'ambiente alpino: le nuove rane diamante del Madagascar nascono già sull'orlo dell'estinzione, una scoperta e una perdita nella stessa notizia. Sulla Maiella e sulle Alpi Cozie, dove i censimenti Gloria proseguono da oltre vent'anni, i dati italiani confluiranno nella prossima Lista rossa europea degli habitat e forniranno il segnale di allarme più tempestivo sulle praterie d'alta quota degli Appennini.

Il prossimo ciclo di rilievi Gloria è atteso per il 2027: sarà il primo test per capire se il ritmo di scomparsa continua ad accelerare, o se l'inerzia delle specie longeve ha già consumato la sua parte.

Pubblicato il: 4 settembre 2026 alle ore 16:37