La Commissione europea ha inviato il 1 ottobre 2026 un parere motivato all'Italia per la mancata trasmissione della bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, previsto dalla direttiva case green. Roma ha due mesi per rispondere, poi il caso può finire davanti alla Corte di giustizia dell'UE.
Due procedure parallele a Bruxelles
Le procedure aperte contro l'Italia corrono in parallelo. La prima, identificata come INFR(2026)2024, riguarda la direttiva (UE) 2024/1275 e in particolare il Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici: la bozza andava trasmessa entro il 31 dicembre 2025 e Bruxelles aveva già inviato una lettera di costituzione in mora l'11 marzo 2026. La seconda, INFR(2025)0334, contesta il recepimento incompleto della direttiva (UE) 2023/1791 sull'efficienza energetica.
Nel pacchetto infrazioni di ottobre della Commissione europea il parere motivato sul Piano edifici coinvolge nove Stati: oltre all'Italia, Belgio, Repubblica Ceca, Irlanda, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia. Il 15 luglio 2026 era partita anche la fase formale della procedura sull'attuazione dell'articolo 35 della direttiva, aperta contro tutti i 27 Paesi UE. La bozza di Piano è però un passaggio preliminare separato: tutti gli Stati membri dovevano consegnarla entro fine 2025.
Il patrimonio su cui pesa il ritardo
Il motivo per cui il Piano conta più di un adempimento formale sta nei numeri del parco immobiliare italiano. Al 5 ottobre 2026 il Sistema informativo sugli attestati di prestazione energetica ENEA registra 8.783.723 APE depositati, con un indice di prestazione energetica globale non rinnovabile medio di 198,6 kWh/m² l'anno ed emissioni medie di 40,4 kgCO₂/m² l'anno.
Secondo i rapporti ENEA sulla certificazione energetica, tra il 47% e il 51% degli immobili residenziali e del comparto industriale-artigianale si colloca nelle due classi peggiori, la F e la G. La direttiva case green chiede agli Stati di concentrare gli sforzi proprio sul 15% di edifici con prestazioni peggiori di ogni Paese: in Italia, quel 15% è una selezione dentro un bacino già largamente composto da edifici energivori.
Il Piano nazionale doveva spiegare quali interventi, in quali tempi e con quali risorse. Dieci mesi dopo la scadenza, la bozza non è ancora stata trasmessa. Nel frattempo il 29 maggio 2026 è scaduto anche il termine per recepire la direttiva nel diritto nazionale, e il patrimonio edilizio continua a produrre una quota rilevante delle emissioni climalteranti nazionali, un dato che si lega alle dinamiche descritte nel nostro approfondimento su l'80% dell'innalzamento dei mari che arriva dalla Groenlandia.
Cosa cambia per chi vive negli edifici peggiori
La direttiva (UE) 2024/1275 non impone obblighi diretti ai singoli proprietari e lo ha ribadito anche il ministro Matteo Salvini intervenendo sul parere motivato. Il punto, però, è che il Piano nazionale avrebbe dovuto indicare incentivi, tempistiche e requisiti minimi per i prossimi anni, dando certezze a famiglie, condomini, imprese di costruzione e tecnici. In mancanza, chi deve decidere oggi se avviare un cappotto termico, sostituire la caldaia o cambiare serramenti si muove senza una cornice di medio periodo.
A rendere il quadro più delicato c'è la questione delle caldaie alimentate a combustibili fossili: la Commissione ha aperto a novembre 2025 una procedura specifica (INFR(2025)2186) contro Italia, Estonia e Ungheria sull'articolo 17, paragrafo 15 della direttiva, che prevede lo stop agli incentivi per le caldaie autonome a fonti fossili. Nelle stesse settimane, a Montecitorio, il dibattito parlamentare resta polarizzato su più fronti, come emerge anche dalla cronaca di Mollicone che ricorda le vittime del 7 ottobre con Fauda, a segnalare quanto le linee di faglia politiche condizionino ogni passaggio tecnico.
Il perimetro della direttiva comprende anche l'edilizia scolastica, uno dei comparti pubblici dove manutenzione e sicurezza convivono con il tema dell'efficienza, come ricorda l'attenzione sulle scuole portata di recente in evidenza dal caso di Valditara che chiama la dirigente del Verga.
La scadenza dei due mesi cade all'inizio di dicembre 2026: entro quella data l'Italia deve trasmettere la bozza del Piano, o esporsi al deferimento alla Corte di giustizia, con il rischio concreto di sanzioni economiche nei provvedimenti successivi.