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In Svizzera l'87% vuole vietare i social ai minori, la politica frena

Sondaggio Demoscope: l'87% degli svizzeri vuole il divieto social ai minori. La politica frena: in Australia l'85% aggira già il blocco.

L'87% degli svizzeri chiede il divieto dei social per i minori, ma il Parlamento federale non ha intenzione di seguirlo. Il motivo lo spiegano gli stessi consiglieri: guardano all'Australia, dove il divieto per gli under 16 è in vigore dal dicembre 2025 ma non ha fermato quasi nessuno.

Il sondaggio Demoscope: 87% a favore, con picchi del 97% contro TikTok

Il dato viene da un'indagine Demoscope commissionata dal portale Watson, condotta ad agosto 2026 su oltre 8.300 persone tra Svizzera tedesca e romanda. Il 67% dichiara di essere "assolutamente favorevole" al divieto, il 20% "piuttosto favorevole". Il sostegno è omogeneo tra generi (87% uomini, 90% donne) e regioni linguistiche (88% tedesca, 87% francofona), con il picco tra le famiglie con figli (90%). L'orientamento politico non fa quasi differenza: 82% tra gli elettori PLR, 92% tra quelli del Centro.

TikTok è il bersaglio principale: il 97% dei favorevoli lo indica come la prima piattaforma da bloccare, seguita da Instagram (91%) e Snapchat (87%). Le ragioni ricorrenti sono la tutela della salute mentale degli adolescenti, la dipendenza dagli scroll, i contenuti dannosi e il rischio di adescamento. In parallelo, la petizione dell'associazione NextGen4Impact ha raccolto oltre 60.000 firme nel settembre 2025 per rendere le piattaforme social inaccessibili agli under 16.

Perché la politica frena: il caso australiano visto da vicino

Nonostante il consenso trasversale, i partiti elvetici non hanno intenzione di replicare il modello del bando totale. Il consigliere nazionale Damien Cottier (PLR/Neuchâtel) teme un divieto "facilmente aggirato, come sembra confermare l'esperienza australiana". Il timore ha basi concrete: uno studio pubblicato su BMJ Public Health ha seguito 408 adolescenti tra 12 e 15 anni prima dell'entrata in vigore della legge australiana e tre mesi dopo. Il risultato: oltre l'85% dei minori continua a usare le piattaforme vietate, il 54-67% con il proprio account, il 15-19% con profili "fake" e il 6-11% da browser in incognito.

I meccanismi di controllo previsti dalla legge australiana si basano soprattutto sull'autodichiarazione della data di nascita, un filtro che il 70% degli adolescenti considera facile da eludere. È lo stesso motivo per cui, in Svizzera, la consigliera Min Li Marti (PS/Zurigo) sposta l'attenzione dal divieto agli algoritmi: il problema non sarebbe l'accesso al social, ma "lo scorrere infinito, gli algoritmi di raccomandazione e i contenuti proposti a giovani vulnerabili". Analizzando i primi tre mesi di applicazione, i limiti del divieto under 16 mostrano che senza un intervento sul design delle piattaforme il limite anagrafico resta un adempimento formale.

L'E-ID svizzera e la scelta francese: la differenza sta nella verifica

Il 72% degli intervistati Demoscope indica l'identità elettronica E-ID come lo strumento più adatto a rendere effettivo un eventuale blocco. È l'infrastruttura di identità digitale che la Confederazione sta portando in votazione popolare e che, secondo il sondaggio, viene percepita come la precondizione tecnica del divieto. Sul limite di età le opinioni restano divise: il 39% propone l'accesso ai social a 16 anni previo consenso dei genitori, il 42% ritiene che a quell'età debba essere libero.

La Francia ha già fatto una scelta operativa: il divieto under 15 approvato in via definitiva a luglio 2026 entra in vigore dal 1° settembre 2026 e prevede la verifica tramite France Identité o servizi di certificazione come Docaposte, non l'autodichiarazione. È la variabile che separa i due modelli: dove la verifica passa da un'infrastruttura pubblica di identità digitale, aggirare il limite diventa più costoso e tracciabile.

Il Consiglio federale ha annunciato un rapporto sul tema entro il 2027 e la scelta politica sarà se seguire la strada francese basata sull'E-ID o restare sulla linea autoregolatoria delle piattaforme. Nel frattempo il contesto socioeconomico dei minori ricorda che le vulnerabilità digitali non nascono online: crescono con reddito familiare, quartiere e stress ambientale, variabili che nessun bando anagrafico può da solo compensare.

Pubblicato il: 10 settembre 2026 alle ore 15:07