Franco Isceri, in un video diffuso sui social, ha chiesto a Sergio Mattarella, Giorgia Meloni e a tutta la politica di intervenire nelle scuole perché tragedie come quella della figlia Lorena, 45 anni, uccisa dall'ex compagno e gettata da un cavalcavia sull'A1, non si ripetano. La sua richiesta arriva mentre il Viminale conta 34 donne uccise in Italia nei primi sei mesi del 2026.
Cosa dicono i numeri del primo semestre 2026
Il report del Viminale su omicidi e femminicidi del primo semestre 2026 registra 138 omicidi volontari totali, in calo dai 163 del corrispondente semestre 2025. Le vittime di sesso femminile sono complessivamente 34, contro le 54 dei primi sei mesi del 2025: una riduzione del 37%. Di queste 34, otto casi sono classificati come femminicidio ai sensi dell'articolo 577 bis del codice penale, reato autonomo introdotto dalla legge 181 del 2 dicembre 2025 ed entrato in vigore il 17 dicembre.
Il documento avverte che si tratta di dati operativi, suscettibili di aggiornamento in base agli sviluppi delle indagini. Il calo statistico coesiste con la storia raccontata dal padre di Lorena: un appello che chiede alle istituzioni di superare le divisioni e concentrarsi su prevenzione, rete dei centri antiviolenza e strumenti a disposizione delle donne in pericolo.
L'Italia fra i 7 Paesi UE senza educazione affettiva obbligatoria
La richiesta di lavorare a scuola si scontra con una fotografia netta: l'Italia è uno dei sette Stati dell'Unione Europea in cui l'educazione sessuo-affettiva non è materia obbligatoria. Gli altri sei sono Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Ungheria. Nei restanti 20 Paesi membri è parte del curricolo, spesso da decenni: la Svezia l'ha introdotta nel 1955, l'Austria nel 1970, la Germania la prevede in modo obbligatorio dal periodo successivo alla riunificazione.
Nel dicembre 2025 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il ddl Valditara sul consenso informato: alle medie e alle superiori le attività di educazione sessuo-affettiva possono essere svolte solo con il consenso preventivo dei genitori dei minorenni; sono escluse nella scuola dell'infanzia e nella primaria; i corsi tenuti da esperti esterni sono vietati fino alle medie. La legge non istituisce una materia curricolare nuova, ma disciplina l'esistente.
Il quadro operativo è frammentario. Nell'anno scolastico 2016/2017, su 5.364 istituti superiori pubblici, meno di 1.400 avevano attivato percorsi di educazione sessuale; la pandemia ha ridotto ulteriormente il numero. Lo stato dell'arte, oggi, dipende da singoli presidi, iniziative regionali e progetti a termine, non da un obbligo nazionale.
Cosa può fare una scuola oggi
Nel concreto, la scuola italiana ha tre leve. La prima è l'educazione civica, all'interno della quale il ministero ha collocato negli ultimi anni i moduli sperimentali di 'Educare alle relazioni' nel secondo ciclo, in orario extracurricolare e su base non obbligatoria per gli studenti. La seconda sono i progetti con i centri antiviolenza del territorio, che restano volontari e dipendono dalla disponibilità di bandi. La terza è la formazione dei docenti, oggi non strutturata: non esiste un requisito formativo specifico per chi affronta questi temi in classe.
Nel frattempo l'apparato scolastico è chiamato a rispondere ad altre sfide che si sovrappongono a quella della prevenzione. Le classi italiane accolgono oltre 931 mila studenti stranieri, quasi uno su dodici; il ministero sta ridisegnando la rete degli istituti attraverso il dimensionamento delineato dalla circolare 4745; e la giurisprudenza amministrativa ricorda periodicamente che il diritto al successo formativo non giustifica sconti sulla valutazione, come nella sentenza del TAR Veneto che conferma la bocciatura con sei insufficienze. L'appello del padre di Lorena aggiunge una nuova voce alla lista delle priorità.
Il ddl Valditara è appena diventato legge. Il primo banco di prova sarà l'anno scolastico in corso: quali istituti attiveranno i percorsi sperimentali e quale risposta arriverà dalle famiglie chiamate a firmare il consenso.