A Marghera oltre 10.000 lavoratori bengalesi hanno minacciato di fermare Fincantieri e la ristorazione veneziana se non otterranno la moschea che il sindaco Simone Venturini ha bloccato subito dopo le amministrative di maggio. La contrapposizione politica è nota. Il vuoto normativo che la rende ricorrente lo è meno: in 42 anni lo Stato italiano ha firmato 14 intese con confessioni religiose diverse dalla cattolica. Nessuna con l'Islam.
A Marghera lo schema si ripete
L'associazione Giovani per l'umanità, guidata da Prince Howlader, ha sottoscritto nel maggio 2025 un preliminare per acquistare un'area di circa 8.000 metri quadri destinata a un centro culturale e religioso, per un valore di circa un milione e mezzo di euro. Dopo il voto amministrativo di maggio 2026 la nuova giunta guidata da Venturini ha frenato con la formula ormai standard: prima l'integrazione, poi la moschea. La comunità ha risposto annunciando uno sciopero che paralizzerebbe cantieri navali e turismo. Non è la prima volta che una richiesta di luogo di culto islamico si arena tra il diritto costituzionale e il calcolo elettorale, in un sistema politico dove il ballottaggio del Rosatellum del 2006 mostrò come 24.755 voti possano ribaltare un paese.
Quattordici intese in quarantadue anni
L'articolo 8, comma 3, della Costituzione prevede che i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose diverse dalla cattolica siano regolati per legge sulla base di intese. Il primo accordo è stato firmato con la Tavola valdese nel 1984 (legge 449). Da allora ne sono seguiti altri tredici: Assemblee di Dio e Avventisti nel 1988, Unione delle Comunità Ebraiche nel 1989, Battisti e Luterani nel 1995, poi il blocco del 2012 con Sacra Arcidiocesi ortodossa, Chiesa apostolica, Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, Unione buddista e Unione induista. Ancora: Soka Gakkai nel 2016, Chiesa d'Inghilterra nel 2021 e Diocesi ortodossa romena con la legge 126 dell'8 luglio 2026. L'ultima è stata firmata due mesi fa per una comunità di poche centinaia di migliaia di fedeli. Con l'Islam, che secondo le stime della Fondazione ISMU conta circa 1,5 milioni di fedeli stranieri residenti al netto dei minori (e oltre 1,7 milioni con i minori), non è mai stato firmato nulla.
Il Patto del 2017 e i nove anni successivi
Il tentativo più concreto risale al 1° febbraio 2017, quando nove rappresentanti delle associazioni islamiche italiane hanno firmato al Viminale il Patto nazionale per un Islam italiano firmato al Ministero dell'Interno, redatto con il Consiglio per i rapporti con l'Islam italiano istituito nel 2015. Il documento contiene sette impegni: contrasto al radicalismo, formazione degli imam, uso dell'italiano nei sermoni, trasparenza dei luoghi di culto. Il punto 6 è quello politicamente più denso: le associazioni si impegnavano a favorire "le condizioni prodromiche all'avvio di negoziati volti al raggiungimento di Intese ai sensi dell'art. 8, comma 3, della Costituzione". Sono passati nove anni. Il negoziato non è mai stato avviato, e nel frattempo tre nuove intese (Chiesa d'Inghilterra, Diocesi ortodossa romena) sono state chiuse con confessioni molto meno numerose.
Cosa manca a Marghera senza intesa
L'assenza di intesa non nega la libertà di culto, garantita dall'art. 19 della Costituzione. Ma cambia molte cose pratiche. Le associazioni islamiche restano fuori dal riparto dell'otto per mille, che nel 2026 è stato esteso proprio alla Diocesi ortodossa romena. I matrimoni celebrati dagli imam non hanno gli effetti civili automatici di quelli valdesi o ebraici. Non esiste un albo dei ministri di culto riconosciuti che possa entrare in ospedali, carceri e caserme come cappellano. L'insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche resta fuori dal perimetro concordatario. Persino l'urbanistica dei luoghi di culto, dagli oneri agli standard di superficie, si affida di volta in volta ai regolamenti comunali: è questa la ragione per cui gli 8.000 metri quadri di Marghera possono finire in ostaggio di un cambio di giunta, cosa che con un'intesa quadro non accadrebbe.
Senza un interlocutore giuridico unico dall'altra parte del tavolo, come ripete da anni il Viminale, l'intesa non parte. Ma il rovescio è che senza intesa il caso Marghera si ripeterà a Cantù, a Sesto San Giovanni, ovunque una comunità che lavora e paga tasse chieda un tetto per pregare.