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Il blackout a Kiryat Gat e il ritardo europeo sulla formazione nei chip

Due morti nello stabilimento Intel di Kiryat Gat. Il Chips Act europeo punta al 20% al 2030, ma la Corte dei conti UE stima solo l'11,7%.

L'esplosione del 15 ottobre nello stabilimento Intel di Kiryat Gat, in Israele, ha ricordato quanto la filiera dei semiconduttori resti concentrata in pochissimi siti. L'Europa prova a ridurre la dipendenza con il Chips Act europeo, ma la Corte dei conti europea stima che la quota continentale al 2030 non supererà l'11,7%, lontana dall'obiettivo politico del 20%.

Cosa è successo a Kiryat Gat

L'incidente è avvenuto alle 14:12 di mercoledì 15 ottobre, durante il trasferimento di gas tra autocisterne e serbatoi dell'impianto. Due operai sono morti e un terzo, poco più che ventenne, è ricoverato in gravi condizioni. La polizia israeliana ha escluso attività criminali e indicato come causa più probabile il malfunzionamento di una bombola. L'incendio ha coinvolto trifluoruro di azoto, un gas non infiammabile ma tossico se inalato, usato per pulire le apparecchiature nella produzione dei chip.

Lo stabilimento di Kiryat Gat sorge a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza, in un territorio segnato dal 7 ottobre 2023 e dalle sue ricadute, ricordate anche nelle istituzioni italiane iniziativa a Montecitorio sul 7 ottobre. Il sito ospita la Fab 28, dove Intel produce chip con il nodo Intel 7, e il cantiere della Fab 38, un investimento da 25 miliardi di dollari sostenuto da un contributo pubblico israeliano di 3,2 miliardi. L'azienda ha fatto sapere che gli edifici non hanno subito danni strutturali e che la produzione non subirà rallentamenti. Il segnale resta: pochi stabilimenti al mondo possono fermarsi anche per poche ore senza che la catena globale di fornitura ne risenta.

L'obiettivo 20% europeo si ferma all'11,7%

Il Chips Act europeo del 2023 ha messo in campo 43 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati e ha fissato un obiettivo politico chiaro: portare la produzione europea dal 10% attuale al 20% della quota mondiale entro il 2030. A giugno 2026 la Commissione ha presentato un Chips Act 2.0 proprio perché i numeri non tornano.

A maggio 2026 la Corte dei conti europea ha pubblicato la relazione speciale sulla corsa mondiale ai microchip e ha scritto che il traguardo del 20% era «sostanzialmente un'aspirazione». Nello stesso documento la Commissione prevede una crescita modesta della quota UE, dal 9,8% del 2022 all'11,7% nel 2030. A pesare sono gli investimenti: 86 miliardi di euro cumulati europei entro il 2030 contro 405 miliardi spesi solo nel triennio 2020-2023 dai principali produttori mondiali.

L'altro vincolo è il personale. Per competere servirebbero circa 350.000 lavoratori qualificati in più entro il 2030, con una carenza già visibile oggi in Germania. Dentro quel numero c'è un capitolo molto preciso: ingegneri, chimici, tecnici di produzione e specialisti di design dei circuiti integrati che oggi non escono in quantità sufficiente dalle università e dagli ITS europei. È il collo di bottiglia che qualunque nuova fabbrica, Catania compresa, incontra appena finisce il cantiere.

L'Italia, Catania e i 150 tecnici di Pavia

L'Italia è uno dei paesi più attivi nel piano europeo sui chip. Ha attratto oltre 9 miliardi di euro di investimenti dal 2024, tra cui il Silicon Carbide Campus di STMicroelectronics a Catania da 5 miliardi, con 2 miliardi di aiuti di Stato per il primo impianto al mondo di produzione integrata di chip in carburo di silicio su wafer da 200 millimetri.

Sul fronte della formazione il centro di competenza nazionale è la Fondazione Chips.IT di Pavia, nata nel 2024 con fondi pubblici per il design dei circuiti integrati. Al piano strategico 2026-2028, presentato a dicembre scorso al Collegio Ghislieri, Chips.IT ha dichiarato 47 professionisti in organico e un obiettivo triennale di 150 figure tecniche, soprattutto nel progetto dei chip.

Il numero dice molto. Per avviare una sola nuova fabbrica servono migliaia di tecnici: un piano nazionale che ne forma 150 in tre anni racconta che la scommessa dei chip si gioca a monte, nelle scuole secondarie di secondo grado a indirizzo elettronico, negli ITS della microelettronica e nei corsi di laurea in ingegneria elettronica. Il contesto resta però quello di un paese che spende il 3,9% del PIL in istruzione, come ricordato dal Fondo monetario internazionale, meno della media dei competitor europei.

La relazione della Corte dei conti europea chiede ora obiettivi più realistici e un collegamento stretto fra politica industriale e competenze. La revisione intermedia del Chips Act è attesa entro la fine del 2026.

Pubblicato il: 16 ottobre 2026 alle ore 15:19