* La montagna come motore economico: i dati dell'indagine * L'effetto moltiplicatore degli impianti di risalita * Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige: il triangolo d'oro del turismo montano * Oltre mezzo miliardo di gettito fiscale per i territori * Un patrimonio da proteggere e rilanciare
La montagna come motore economico: i dati dell'indagine {#la-montagna-come-motore-economico-i-dati-dellindagine}
Duemilacinquecento comuni. Non una cifra simbolica, ma il perimetro reale di quello che ormai gli addetti ai lavori chiamano il "sistema montagna" italiano: un ecosistema economico che genera ricchezza ben oltre le piste da sci e le seggiovie. A certificarlo con numeri difficilmente contestabili è l'indagine che Anef — l'Associazione Nazionale Esercenti Funiviari — ha commissionato a PwC Italia, e i cui risultati restituiscono l'immagine di un comparto tutt'altro che marginale nella bilancia economica del Paese.
La spesa turistica locale legata alla montagna ha toccato quota 5.576 milioni di euro. Un dato che, da solo, basterebbe a ridimensionare la narrativa che vuole le aree montane come territori fragili e assistiti. Certo, le fragilità ci sono — spopolamento, carenza di servizi, infrastrutture datate — ma la capacità di attrarre e redistribuire ricchezza racconta un'altra storia.
L'effetto moltiplicatore degli impianti di risalita {#leffetto-moltiplicatore-degli-impianti-di-risalita}
Il dato forse più eloquente dell'intera indagine è quello che riguarda il cosiddetto _effetto moltiplicatore_. Stando a quanto emerge dal rapporto PwC, per ogni euro speso negli impianti di risalita si genera un impatto economico di oltre cinque volte sul territorio circostante. Tradotto: il biglietto dello skilift non paga solo la funivia, ma alimenta un'intera filiera — alberghi, ristoranti, noleggi, scuole sci, commercio locale, artigianato.
È un meccanismo che gli economisti del turismo conoscono bene, ma che raramente viene quantificato con questa precisione per il contesto montano italiano. Gli impianti di risalita, in sostanza, funzionano come infrastrutture abilitanti: senza di essi, buona parte della spesa turistica semplicemente non si materializzerebbe. Chi investe nella risalita investe, a cascata, nell'intera economia della valle.
Questo principio trova riscontro anche in altri segmenti del turismo nazionale. Come evidenziato dall'esperienza de La Prima Edizione di 'Rise': Un Successo per il Settore del Turismo di Lusso a Roma, la capacità di un singolo attrattore di generare valore sull'intero indotto rappresenta una costante dell'economia turistica italiana, dalle città d'arte fino alle vette alpine.
Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige: il triangolo d'oro del turismo montano {#lombardia-veneto-e-trentino-alto-adige-il-triangolo-doro-del-turismo-montano}
Non tutte le montagne, naturalmente, pesano allo stesso modo. L'indagine individua in Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige le regioni ad alta vocazione turistica montana, quelle dove il connubio tra infrastrutture, tradizione ricettiva e brand territoriale ha raggiunto la maturità più avanzata.
Il Trentino-Alto Adige, in particolare, rappresenta un caso quasi da manuale: un territorio che ha saputo costruire attorno alla montagna un modello integrato, capace di funzionare sia d'inverno che d'estate. Le Dolomiti, patrimonio UNESCO, attirano flussi costanti, ma è l'organizzazione dell'offerta — dai rifugi alle bike area, dal wellness all'enogastronomia — a fare la differenza.
La Lombardia gioca la carta della vicinanza al grande bacino metropolitano milanese: Bormio, Livigno, le valli bergamasche e bresciane intercettano una domanda che parte dalla pianura e sale in quota. Il Veneto, dal canto suo, può contare su Cortina d'Ampezzo — destinazione che le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 stanno ulteriormente proiettando sulla scena internazionale — e su un tessuto di località minori ma economicamente vivaci.
Va detto, però, che il turismo montano non si esaurisce nell'arco alpino. Appennino toscano, abruzzese, calabrese: sono aree dove le potenzialità restano in gran parte inespresse e dove il moltiplicatore economico potrebbe fare la differenza tra abbandono e rinascita.
Oltre mezzo miliardo di gettito fiscale per i territori {#oltre-mezzo-miliardo-di-gettito-fiscale-per-i-territori}
C'è poi la questione fiscale, spesso trascurata nel dibattito pubblico. Il gettito fiscale generato dal turismo montano per le regioni interessate ammonta a 548 milioni di euro. Una cifra che rende plasticamente l'idea di quanto i territori montani contribuiscano alle casse pubbliche, ribaltando lo stereotipo della montagna come area periferica dipendente dai trasferimenti statali.
Quei 548 milioni significano risorse per manutenzione stradale, scuole, presidi sanitari, servizi di protezione civile. Significano, in ultima analisi, la possibilità per quei 2.500 comuni di continuare a esistere come comunità vive e non come cartoline sbiadite di un'Italia che fu.
Il nesso tra turismo sostenibile e vitalità dei territori rurali e montani è del resto un tema che attraversa trasversalmente il dibattito italiano, come dimostra anche l'Iniziativa della Cia: Turismo Verde e Spesa Sostenibile per Combattere lo Spreco Alimentare, a conferma di quanto agricoltura, ambiente e turismo siano filiere sempre più intrecciate nelle aree interne del Paese.
Un patrimonio da proteggere e rilanciare {#un-patrimonio-da-proteggere-e-rilanciare}
I numeri dell'indagine Anef-PwC arrivano in un momento delicato. Il cambiamento climatico accorcia le stagioni sciistiche, i costi energetici per l'innevamento artificiale crescono, e la competizione internazionale — Francia, Austria, Svizzera — non accenna a diminuire. La sfida, per il sistema montagna italiano, è duplice: difendere il valore economico attuale e diversificare l'offerta per renderla meno dipendente dalla neve.
Alcuni segnali vanno nella direzione giusta. La crescita del turismo estivo in quota, il boom delle e-bike in montagna, lo sviluppo del segmento wellness e dell'enogastronomia d'alta quota sono tutti tasselli di una transizione già in corso. Ma servono investimenti infrastrutturali — digitali e fisici — e una politica nazionale che riconosca finalmente al turismo montano il peso che i numeri gli attribuiscono.
Perché 5,5 miliardi di spesa turistica e un effetto moltiplicatore superiore a cinque non sono un dettaglio. Sono un pezzo rilevante dell'economia italiana. E trattarli come tale non è più un'opzione: è una necessità.