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Salario giusto 2026: il decreto maggio affida la tutela alle parti sociali

Il dl 62/2026 punta sui contratti collettivi anzichè la legge. L'Italia, tra i 5 paesi UE senza minimo legale, vince solo se i rinnovi arrivano puntuali.

Sindacati e imprese ereditano dal Decreto 1 maggio un compito che in 22 paesi europei spetta al legislatore: stabilire quanto vale il lavoro. Il decreto-legge n. 62 del 30 aprile 2026 identifica nel Trattamento Economico Complessivo dei contratti collettivi nazionali il parametro del salario giusto garantito dall'articolo 36 della Costituzione. Una scelta che rafforza un modello già consolidato in Italia, e che ora chiede molto di più a sindacati e imprese.

Il TEC supera già i 9 euro: il punto di forza del modello

Il trattamento economico complessivo dei principali contratti collettivi nazionali supera già oggi i 9 euro lordi all'ora indicati dalle proposte dell'opposizione come soglia minima legale. Il TEC include tabellari, indennità, scatti di anzianità, tredicesima e quattordicesima, welfare aziendale e contributi alla previdenza complementare: una voce complessiva strutturalmente più alta di qualsiasi minimo orario fisso. Per i lavoratori già coperti dai grandi CCNL, il confronto con la proposta dei 9 euro è già risolto a favore del contratto.

L'art. 7 del decreto, commi 1 e 2, individua come soggetti titolati a definire il salario giusto le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Il decreto non commissaria nessuno: al contrario, responsabilizza le associazioni datoriali e sindacali più forti, affidando loro la regolazione economica settore per settore, con riguardo alla dimensione e alla natura giuridica dei datori di lavoro.

Il club europeo dei cinque

Secondo i dati Eurostat aggiornati al gennaio 2026, sono 22 su 27 i paesi UE che hanno adottato un salario minimo legale. Gli altri cinque - Italia, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia - tutelano i lavoratori esclusivamente attraverso la contrattazione collettiva. Non è una posizione difensiva: è il modello che storicamente garantisce la copertura contrattuale più alta tra i lavoratori dipendenti.

In Italia circa l'80% dei lavoratori dipendenti è coperto da un contratto collettivo nazionale. Nei paesi con salario minimo legale la copertura contrattuale scende in media al 32%, secondo le rilevazioni OCSE. Il differenziale spiega perchè il legislatore italiano abbia scelto di rafforzare il sistema dei contratti anzichè aggiungere un piano legale inferiore a quanto già negoziato.

La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati ha riconosciuto questa specificità: per i paesi che scelgono il modello contrattuale, l'obiettivo è mantenere una copertura dell'80%. L'Italia è gia sopra quella soglia, rendendo il Decreto 1 maggio coerente con il diritto europeo. Il quadro completo tra paesi è disponibile nelle statistiche Eurostat sui salari minimi nell'UE.

Il doppio compito: rinnovare nei tempi

Il modello contrattuale ha un punto di vulnerabilità preciso: regge solo se i rinnovi arrivano in tempo. Gli anni 2022-2023, con l'inflazione che ha superato il 10% annuo, hanno mostrato il costo del ritardo - ogni mese di blocco contrattuale si è tradotto in perdita reale di potere d'acquisto, indipendentemente da quanto i tabellari fossero formalmente alti. La disparità retributiva tra lavoratori e un equilibrio ancora da costruire è il segnale più diretto di queste tensioni accumulate.

Il decreto introduce un incentivo diretto: le imprese che applicano i contratti collettivi di settore stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative accedono agli sgravi previsti dal provvedimento. Chi applica contratti cosiddetti pirata - sottoscritti da sigle prive dei requisiti di rappresentatività - è escluso dai benefici. Una distinzione che pesa sulla gestione del costo del lavoro, a partire dalle imprese che già affrontano pressioni energetiche: il dibattito sulle preoccupazioni delle imprese energivore sul decreto bollette si intreccia con le scelte sui contratti da applicare.

La misura di trasparenza più immediata per il lavoratore è il codice del contratto collettivo applicato, visibile in busta paga dal 1 maggio 2026. Chiunque potrà verificare se il proprio datore applica un CCNL riconosciuto. Per le imprese, scegliere il contratto giusto non è più solo un obbligo formale: è la condizione per accedere agli incentivi e per posizionarsi come realtà che punta sull'innovazione e competitività come leva di crescita.

La scommessa del Decreto 1 maggio si misurerà sul campo: nei prossimi rinnovi contrattuali, nella velocità con cui le parti sociali aggiornano i CCNL nei settori più esposti all'innovazione tecnologica, e nella capacità di coprire le figure professionali nuove che i contratti esistenti faticano ancora a inquadrare. Le parti sociali non sono mai state tanto centrali quanto adesso.

Pubblicato il: 25 maggio 2026 alle ore 08:18