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Pensioni Guardia di Finanza, cedolino fino a 500€ sotto l'ultimo stipendio

Sindacati SILF, SIAF e USIF stimano un gap di 500€ al mese dal 2032. Il contratto 2025-2027 porta 189€ in più ma non copre il buco previdenziale.

Il contratto 2025-2027 appena approvato porta circa 189 euro in più al mese ai finanzieri in servizio. Dal 2032 il primo cedolino di pensione sarà però fino a 500 euro sotto l'ultimo stipendio: è il paradosso denunciato da SILF, SIAF e USIF durante l'evento "Le idee costruiscono il domani".

L'allarme dei sindacati sul comparto sicurezza e difesa

Francesco Zavattolo, segretario generale del SILF, ha quantificato il divario in oltre 500 euro al mese tra l'ultima busta paga e il primo assegno pensionistico per chi lavora nella Guardia di Finanza, nella Polizia di Stato, nei Carabinieri e nelle Forze Armate. La platea complessiva stimata dall'Usmia è di 40-45 mila persone, di cui circa 10 mila nel solo Esercito.

A pesare è la mancata attuazione della previdenza complementare per il settore pubblico non contrattualizzato, prevista già dalla Legge 335/1995 sulla riforma del sistema pensionistico ma ferma da oltre vent'anni per chi indossa la divisa. Il tavolo governativo con MEF, Difesa, Interno e Funzione Pubblica dovrebbe aprirsi nelle prossime settimane: il banco di prova sarà la bozza della legge di Bilancio 2027.

189€ in più oggi, fino a 500€ in meno domani: i conti non tornano

Il contratto 2025-2027, approvato in Consiglio dei ministri il 2 ottobre e in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, prevede un incremento medio mensile a regime di 189 euro, di cui 173,50 euro di stipendio tabellare e indennità fisse. Interessa circa 430 mila addetti tra Forze di polizia e Forze Armate.

Gli strumenti strutturali, però, restano sottodimensionati. La Legge di Bilancio 2026 nel dossier della Camera destina al Fondo per la specificità 20 milioni nel 2026, 40 milioni annui dal 2027 al 2029 e 30 milioni annui a regime dal 2030. Diviso sui 430 mila dipendenti del comparto, lo stanziamento vale circa 46 euro all'anno pro capite nel 2026 e 93 euro all'anno nel triennio successivo: cifre che da sole non chiudono il divario denunciato dai sindacati.

Il nodo è la traduzione in previdenza complementare. Come già analizzato per il ciclo di proposte sulle pensioni nella prossima manovra, il secondo pilastro per il personale in divisa non è mai partito e la giurisprudenza contabile ha chiuso la strada ai risarcimenti pieni, limitandoli a un quarto del differenziale con chi è passato dal TFS al TFR. Per chi oggi ha una carriera ancora breve, il TFS resta vantaggioso nell'immediato (sei scatti, tassazione agevolata, riscatto del quinto, per un valore tra i 12 e i 18 mila euro a fine carriera), ma non costruisce la rendita integrativa che un fondo pensione avrebbe prodotto con oltre trent'anni di versamenti.

Chi paga il conto: i contributivi puri in uscita dal 2032

Il taglio da 500 euro non riguarda i pensionati attuali ma le prime generazioni interamente contributive, cioè chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in poi. Il primo scaglione uscirà dal servizio dal 2032. A pesare sono le carriere discontinue e gli stipendi iniziali bassi, due fattori che abbassano il tasso di sostituzione sotto il 60% calcolato dall'INPS per chi ha 40 anni di contributi, e lo portano sotto il 50% nelle carriere più corte senza moltiplicatore.

Sulla stessa platea arriva, dal 1° gennaio 2027, l'inasprimento dei requisiti previsto dai commi 180-184 della manovra 2026, con un'eccezione graduale rimessa a un DPCM per le professionalità più usuranti. Lo stesso squilibrio del sistema INPS tra attivi e pensionati stringe la finestra per interventi strutturali che chiudano il gap, insieme alle simulazioni economiche sulla pensione a 64 anni oggi al centro del dibattito parlamentare.

Il Governo ha aperto il confronto con i sindacati, ma la prova vera arriverà con la bozza della legge di Bilancio 2027: senza un fondo integrativo partito davvero, i 189 euro di oggi non pareggeranno i 500 di domani.

Pubblicato il: 7 ottobre 2026 alle ore 13:27