Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, il minimo storico dal dopoguerra. Se le intenzioni di fecondità dichiarate dagli italiani si fossero tradotte in realtà, ne sarebbero nati 760mila. Il buco vale 405mila nascite mancate ogni anno.
I numeri del Dossier Natalità 2026
Il rapporto "Volere o Potere", presentato il 28 luglio a Palazzo Wedekind da Fondazione per la Natalità, ISTAT e INPS, capovolge la lettura consueta della denatalità italiana. Non è la voglia di famiglia a mancare. Solo il 5,5% degli italiani in età fertile dichiara che i figli non fanno parte del proprio progetto di vita. Il 62,2% di chi rinuncia a un altro figlio indica come motivo ostacoli economici, lavorativi o sociali.
Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, contro il 2,1 necessario per la stabilità demografica. Il dato è provvisorio ma coerente con la fotografia già scattata dall'ISTAT: nei primi sette mesi del 2025 le nascite sono calate del 6,3% sullo stesso periodo del 2024, secondo il report ISTAT su natalità e fecondità 2024. Dal 2008, quando i nati erano 576.659, la perdita cumulata sfiora il 36%.
Il conto vero: 140mila euro e tre milioni di donne fuori dal lavoro
Dietro il gap tra 355mila e 760mila ci sono cifre che il dossier mette in fila senza eufemismi. La rinuncia economica coinvolge 2,8 milioni di persone, quella legata al carico degli anziani da assistere altre 763mila. Sul piano occupazionale, l'asimmetria di genere è brutale: 3 milioni di donne sono inattive per ragioni familiari, contro appena 151mila uomini. Una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità; tra gli uomini la stessa preoccupazione scende al 24%.
Poi c'è il costo diretto. Secondo le stime di Banca d'Italia riprese dal Servizio studi, una famiglia italiana con figli minori spende in media 645 euro al mese per crescere un bambino: circa 140mila euro dai zero ai diciotto anni, con picchi tra i 45mila e i 74mila euro nella fascia 12-18. La media nazionale nasconde però un divario territoriale netto: 714 euro al Nord, 512 euro al Sud, con la quota che nelle famiglie meno abbienti pesa fino al 70% del bilancio mensile.
Sul fronte pubblico, la direttrice INPS Valeria Vittimberga ha rivendicato un take-up del 95% dell'Assegno unico universale. Un risultato che pesa sul sostegno alle famiglie ma non basta a compensare precarietà del lavoro e costo del vivere, come ricorda il portale INPS sulla denatalità.
La geografia della denatalità: da Bolzano alla Sardegna
Il calo delle nascite non è omogeneo. Nei primi sette mesi del 2025 le regioni che hanno perso più culle sono l'Abruzzo (-10,2%) e la Sardegna (-10,1%), seguite da Umbria (-9,6%), Lazio (-9,4%) e Calabria (-8,4%). Le uniche tre ripartizioni in controtendenza sono Valle d'Aosta (+5,5%), la provincia autonoma di Bolzano (+1,9%) e quella di Trento (+0,6%). La cartina sovrappone quasi perfettamente quella del lavoro: il divario occupazionale tra Mezzogiorno e Nord industriale è il più ampio dell'area OCSE, come mostrato nel dossier sul gap occupazionale Nord-Sud italiano rispetto all'OCSE.
Il quadro tocca anche i conti pubblici. Con la platea 15-34 anni ridotta di 550mila unità in dieci anni e quasi 3 milioni di uscite dal lavoro attese entro il 2029, il ricambio demografico non tiene: chi resta paga contributi a un sistema che nel frattempo vede il crollo dei giovani che spacca l'Italia sulle pensioni 2026. Anche la fascia già dentro il mercato del lavoro fatica: il 27% dei 25-34enni italiani ha competenze cognitive fragili, con effetti diretti su salari e stabilità, come misurato dall'ultimo report sulla formazione continua degli over 50 e delle PMI.
Il presidente della Fondazione, Gigi De Palo, ha sintetizzato la questione così: "il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita". Il gap tra volere e potere ha ora una misura precisa, 405mila bambini l'anno, ed è il perimetro su cui si giocheranno la prossima legge di bilancio e la revisione del welfare familiare.