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Ex Ilva Taranto, tregua sui 2.500 licenziamenti fino al 16 settembre

Il governo ferma le lettere a 2.500 lavoratori dell'indotto ex Ilva. Sono già 3.803 in cassa a Taranto e la sentenza incombe: cosa cambia adesso.

Il governo ha chiesto ad Aigi e Aepi di sospendere le procedure di licenziamento per 2.500 lavoratori dell'indotto ex Ilva. Le due associazioni hanno accolto l'appello l'8 settembre 2026 a Palazzo Chigi, ma la tregua vale solo fino alla decisione della Corte d'Appello di Milano sulla sospensione dell'area a caldo.

L'incontro a Palazzo Chigi e i termini della tregua

Al tavolo con le associazioni datoriali il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha definito la vertenza ex Ilva una tempesta destinata a generare ripercussioni occupazionali e sociali. Il Governo ha ricordato di aver preso in carico la partita fin dal proprio insediamento, con l'esclusione di ArcelorMittal e le interlocuzioni con l'Unione europea per reperire le risorse necessarie.

La richiesta portata alle imprese dell'indotto è stata netta: fermare le 2.500 lettere annunciate nei giorni scorsi almeno fino alla decisione della Corte d'Appello di Milano. Aigi e la confederazione Aepi hanno accettato per senso di responsabilità. Davide Sperti, leader Uilm, ha ribadito che i lavoratori non sono scudi né clave e ha chiesto soluzioni concrete al tavolo permanente, ricordando che di tavoli ne abbiamo fatto fin troppi.

Sopra i 2.500 c'è già una città in cassa integrazione

La sospensione riguarda i lavoratori dell'indotto, cioè le aziende che lavorano per Acciaierie d'Italia in appalto o subappalto. A Taranto restano intanto 3.803 dipendenti diretti in cassa integrazione straordinaria dal 1° marzo 2026: 2.559 operai, 801 tra impiegati e quadri, 403 intermedi.

Sul solo ultimo anno lo Stato ha stanziato quasi 250 milioni di prestiti ponte: 149 milioni a dicembre 2025 e altri 100,5 milioni approvati dal Consiglio dei ministri il 22 maggio 2026 con il decreto carburanti. Lo stabilimento produce oggi circa 2 milioni di tonnellate di acciaio all'anno, un terzo del tetto autorizzato di 6 milioni. La quota di Taranto sulla produzione nazionale è scesa dal 18,4% del 2018 al 10% attuale e il piano di decarbonizzazione con forni elettrici, che dovrebbe assorbire una parte della manodopera, entrerà in funzione solo a fine 2029.

Anche l'indotto è già sotto pressione a prescindere dalle 2.500 lettere. All'Unionmeccanica Confapi di Taranto risultano iscritte 52 aziende per 2.653 unità lavorative complessive: 523 sono state dichiarate non allocabili e per circa la metà di altre 1.100 posizioni è prevista nel 2026 la richiesta di cassa integrazione. Il quadro finanziario complessivo è ricostruito nella analisi Edunews24 sui 3.803 in cassa e sui 250 milioni pubblici bruciati.

Taranto: occupazione al 40,7%, giovani senza lavoro al 44%

Il vero peso della trattativa è il contesto sociale della città. Il tasso di occupazione della provincia di Taranto è al 40,7%, contro il 51,2% della media pugliese e il 62,2% italiano. La disoccupazione provinciale sfiora il 17%, il valore più alto della Puglia (Bari è al 6,3%). Sul fronte giovanile il territorio segna il 44% di disoccupati under 34, primato nazionale che rende la provincia una delle aree più fragili del Paese in termini di reddito e prospettive future.

Perdere altri 2.500 posti in un colpo solo significherebbe aggredire un tessuto già drammaticamente compromesso, dove la manovra pubblica pesa più che altrove sui redditi disponibili (una dinamica che si intreccia anche con le cifre reali dietro le proposte del governo sulla manovra pensioni 2027). Il 5 agosto il ministro Urso ha presentato al Tavolo Taranto 17 progetti industriali per oltre 2 miliardi di investimenti su circa 170 ettari dell'ex Ilva già bonificati, con Pirelli, Webuild, Renexia e altri nomi tra i soggetti interessati. Nessuno di questi cantieri, però, può assorbire nel breve periodo la manodopera specializzata della siderurgia.

Il vero orologio è quello dell'altoforno: dal 16 settembre 2026 parte il raffreddamento naturale, un processo che i legali dell'ex Ilva definiscono irreversibile per gli impianti. La Cassazione dovrà pronunciarsi entro quella data, altrimenti la sospensione delle 2.500 lettere resterà un rinvio di poche settimane su una crisi che coinvolge complessivamente circa 10.000 posti di lavoro tra diretti e indotto.

Pubblicato il: 9 settembre 2026 alle ore 13:21