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Divario salariale, il vero motivo per cui i giovani italiani non tornano

Il rapporto CNEL 2026 sui giovani expat: divario salariale con Svizzera al 71% e Germania al 36%, il 58% parte prima ancora del primo lavoro.

In 24 anni il divario salariale a parità di potere d'acquisto è passato dal -39% al -71% verso la Svizzera e dal -14% al -36% verso la Germania. Il nuovo rapporto CNEL «Giovani Expat. Come farli tornare», pubblicato il 7 settembre 2026, quantifica quanto costa oggi non trattenere i laureati italiani: 16 miliardi l'anno di capitale umano formato in Italia e messo a frutto altrove.

Un'emorragia da 441 mila giovani in quattordici anni

Tra il 2011 e il 2024 l'Italia ha perso, al netto dei rientri, 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Nel solo 2024 il saldo negativo ha superato le 61 mila unità, il valore più alto della serie. L'Indice Sintetico dei Flussi Migratori elaborato dal CNEL fotografa l'anomalia con un rapporto secco: per ogni giovane che arriva da un'economia avanzata, ne partono 14,5 italiani. Le altre grandi economie europee restano intorno alla parità.

Il valore complessivo del capitale umano fuoriuscito nel periodo 2011-2024 è stimato in 159,5 miliardi di euro, calcolati sui costi che Stato e famiglie hanno sostenuto per crescere e istruire quei giovani fino al termine degli studi. Sono i 16 miliardi l'anno di cui si discute nel dibattito pubblico, ricavati dal trend del triennio 2022-2024. La stessa stima, precisa il rapporto, è prudenziale: non comprende sanità, servizi pubblici e istruzione pre-primaria.

Il divario salariale che nessun bonus può colmare

Il confronto sui salari a parità di potere d'acquisto ripreso nel Rapporto CNEL «Giovani Expat: come farli tornare» mostra un peggioramento generalizzato tra il 2000 e il 2024: da un vantaggio dell'1% a un ritardo del 7% rispetto alla Spagna, dal -14% al -36% nei confronti della Germania, dal -39% al -71% verso la Svizzera. Non sono più margini negoziabili con un incentivo fiscale una tantum, sono distanze strutturali che si allargano da quasi 25 anni.

Il messaggio dei giovani intervistati va nella stessa direzione. L'83% considera «estremamente rilevante» una retribuzione più alta come condizione per rientrare; sommando i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro coerenti col profilo salgono all'88% e la meritocrazia al 79%. Quando devono scegliere una sola priorità il 53% indica la retribuzione, il 19% le opportunità di lavoro e appena il 6% gli incentivi al rientro. Il pacchetto dei 2 miliardi di incentivi al lavoro confermati per il 2026 agisce quindi sulla leva che gli expat stessi mettono in fondo alla lista.

C'è un altro dato che rende il ritardo salariale ancora più urgente: il 58% degli intervistati ha lasciato l'Italia appena finiti gli studi, senza avere mai lavorato qui. Il confronto sullo stipendio, per loro, non arriva dopo anni di carriera. Comincia sul primo contratto possibile, quando un neolaureato in ingegneria o economia decide se accettare un'offerta italiana o una tedesca.

Cosa nasconde il «saldo positivo» dei laureati

I dati del report ISTAT sulle migrazioni interne e internazionali 2024-2025 mostrano che tra il 2019 e il 2024 sono partiti 78 mila laureati italiani tra 25 e 34 anni, compensati da 88 mila laureati stranieri arrivati nello stesso periodo. Il saldo aritmetico dei laureati è positivo per circa 10 mila unità: è il numero che alimenta letture rassicuranti come quella della CGIA di Mestre sul saldo cervelli positivo grazie ai laureati stranieri.

I due flussi però non si equivalgono. Chi parte è formato con risorse italiane e nel campione CNEL ha per il 45% una magistrale, per il 22% un master, per il 12% un dottorato. Il Mezzogiorno è la parte del Paese che paga il conto più alto: sempre secondo l'ISTAT, tra il 2019 e il 2025 il Sud ha perso 150 mila giovani laureati 25-34, di cui 122 mila diretti al Centro-Nord e 28 mila all'estero. Una perdita che si somma alla crisi demografica e al crollo dei giovani lavoratori che spacca l'Italia in due e che erode la base contributiva futura.

Alla domanda su dove si vedranno fra cinque anni, solo il 6% dei giovani intervistati risponde «sicuramente in Italia». Il 63% dichiara che sarà «ovunque ci saranno le migliori opportunità», il 31% sicuramente all'estero. La porta del ritorno resta aperta, ma la chiudono più le buste paga di Zurigo e Monaco che qualsiasi bonus fiscale di rientro.

Pubblicato il: 8 settembre 2026 alle ore 15:10