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Chiusura ex Ilva, 3.803 in cassa e 250 milioni pubblici bruciati

La Corte d'Appello ordina lo spegnimento in 90 giorni. Tra CIGS per 3.803 lavoratori e prestiti pubblici, cosa cambia davvero per l'industria italiana.

La Corte d'Appello di Milano ha ordinato lo spegnimento dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto entro 90 giorni per superamento dei limiti su amianto e polveri sottili. Sul tavolo del governo restano 3.803 lavoratori tarantini in cassa integrazione straordinaria, un piano di quasi 250 milioni di prestiti pubblici già erogati nell'ultimo anno e un solo altoforno ancora acceso.

La sentenza di Milano e il prestito ponte del governo

La decisione del 27 luglio 2026 disapplica parzialmente l'Autorizzazione Integrata Ambientale del 2025 e impone al sito di Taranto di rientrare nei limiti su PM10 e PM2,5 prima di riprendere la produzione di 6 milioni di tonnellate annue. La Corte contesta la persistente presenza di amianto negli impianti e il progressivo deterioramento delle strutture.

Il governo ha risposto con un finanziamento oneroso da 100,5 milioni per Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, approvato dal Consiglio dei ministri il 22 maggio 2026 nell'ambito del decreto carburanti. È il secondo prestito ponte in sei mesi: a dicembre 2025 il governo aveva stanziato 149 milioni, arrivati in azienda ad aprile e sufficienti fino a giugno.

Sul piano operativo lo stabilimento produce oggi circa 2 milioni di tonnellate all'anno, un terzo del tetto autorizzato. Il piano di decarbonizzazione con forni elettrici entrerà in funzione solo a fine 2029.

Il paradosso dell'acciaio italiano che cresce

La chiusura ex Ilva pesa sull'intera filiera. Nel 2025 le acciaierie italiane hanno prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, in aumento del 3,6% sul 2024 (dati Federacciai). Un risultato in controtendenza rispetto all'Unione europea, dove la produzione di acciaio grezzo è scesa del 2,9% a 125,8 milioni di tonnellate, il livello più basso mai registrato. Germania in calo, Francia in flessione, Italia in recupero grazie soprattutto ai forni elettrici del Nord.

Il dato racconta però una verità parziale. La quota di Taranto sulla produzione nazionale è passata dal 18,4% storico del 2018 a circa il 10% attuale. Il resto della siderurgia italiana cresce proprio perché copre il vuoto lasciato dall'ex Ilva, non perché il sistema industriale nel suo complesso stia riprendendo fiato.

La Nota mensile ISTAT sulla produzione industriale di giugno 2026 segna un calo dell'1,0% su maggio e dello 0,6% su base annua. Il rapporto annuale ISTAT 2026 fotografa una perdita del 7,4% della produzione manifatturiera tra 2018 e 2025, contro il -3,1% francese e la crescita media UE del 2,2%. Solo la Germania fa peggio, con -14,3%.

Chi paga davvero: 10.000 posti di lavoro nel raggio dell'indotto

La partita occupazionale legata alla chiusura ex Ilva è concreta. Acciaierie d'Italia ha chiesto la proroga della cassa integrazione per 4.450 lavoratori complessivi, di cui 3.803 a Taranto: 2.559 operai, 801 impiegati e quadri, 403 intermedi. A questi si sommano gli almeno 5.000 esuberi diretti stimati in caso di chiusura definitiva e un numero doppio nell'indotto, per un totale che sfiora i 10.000 posti di lavoro.

La dinamica non è isolata. La crisi Electrolux con il piano esuberi in Italia mostra lo stesso schema: gruppi industriali storici che rivedono la presenza produttiva sul territorio nazionale mentre lo Stato interviene con prestiti ponte e ammortizzatori. Anche gli strumenti di sostegno cambiano forma, come nel caso del fondo perduto e degli aiuti a fondo perduto, sempre più utilizzati come stampella per settori in transizione.

Il quadro è simile a quello che si osserva in altri comparti sotto pressione, dalla crisi del personale sanitario italiano nel 2026 alla manifattura pesante: fondi pubblici che tamponano il breve termine senza un piano industriale strutturale.

La cordata italiana per l'acquisto è saltata a luglio, la gara va rifatta e il primo forno elettrico non entrerà in funzione prima del 2029. Fino ad allora, ogni tonnellata mancante da Taranto sarà compensata da import o dai forni del Nord, mentre 4.450 famiglie tarantine restano legate al reddito degli ammortizzatori sociali.

Pubblicato il: 7 agosto 2026 alle ore 13:17