Chi svolge un'attività occasionale, dal tutor privato al formatore chiamato per un singolo corso, incassa il compenso con la ritenuta d'acconto del 20%. La parte del leone la fanno però tre parole spesso ignorate nel foglio Excel del netto atteso: soglia INPS, marca da bollo, aliquota della Gestione Separata.
Ritenuta 20% e franchigia 5.000 euro: come funziona la prestazione occasionale
Il committente sostituto d'imposta (azienda, ente, professionista con partita IVA) versa allo Stato il 20% del compenso lordo con modello F24 entro il 16 del mese successivo, come previsto dall'articolo 25 del DPR 600/1973. Il prestatore vede quindi arrivare l'80% e recupera l'anticipo IRPEF con la dichiarazione dei redditi dell'anno dopo. Se il committente è un privato non c'è ritenuta: si liquida tutto in dichiarazione.
Fino a 5.000 euro lordi di compensi annui non scatta nessun contributo previdenziale. La soglia vale sulla somma di tutte le prestazioni occasionali dell'anno, indipendentemente dal numero dei committenti: superarla obbliga a iscriversi alla Gestione Separata INPS per i lavoratori autonomi occasionali e a comunicare tempestivamente lo sforamento a ciascun committente. Sopra i 77,47 euro va apposta una marca da bollo da 2 euro sulla ricevuta.
Una soglia ferma dal 2004 e l'aliquota INPS che sale nel 2026
La franchigia di 5.000 euro è la stessa dal 1° gennaio 2004, quando l'articolo 44 del DL 269/2003 (convertito in legge 326/2003) ha esteso la Gestione Separata al lavoro autonomo occasionale. In oltre 22 anni non è mai stata rivista: significa che nel 2026 chi guadagna in via non abituale si muove ancora dentro un tetto pensato in un'economia molto diversa, con l'euro appena introdotto e prima della grande espansione del lavoro freelance digitale.
Nel 2026 sale anche il prelievo che scatta una volta superata la franchigia. La circolare INPS n. 8 del 3 febbraio 2026 fissa al 35,03% l'aliquota per chi non è iscritto ad altra gestione previdenziale né è pensionato: il 33% è la quota IVS, la parte residua copre malattia, maternità e DIS-COLL. Per pensionati e già iscritti ad altra cassa il conto resta invece al 24%. Molte guide online e vademecum aziendali circolano ancora con il vecchio 33,72%: nel 2026 sono 1,31 punti in meno rispetto al dato reale.
La ripartizione è quella dei parasubordinati: due terzi a carico del committente, un terzo a carico del prestatore. Chi svolge il lavoro non paga tutto il contributo, ma lo vede comunque scalato dal netto della ricevuta.
Il calcolo reale del netto sopra e sotto la soglia
Su un compenso lordo di 1.000 euro, il caso più comune per una singola prestazione, ecco cosa succede in busta:
* Sotto i 5.000 euro annui: 200 euro di ritenuta e 2 euro di marca da bollo, netto in tasca 800 euro. Il bollo di norma viene addebitato al committente in ricevuta ma va comunque acquistato e apposto in originale.
* Oltre la soglia (esempio: già incassati 4.500 euro nell'anno, nuovo compenso di 1.000 euro): sull'eccedenza di 500 euro scatta il contributo del 35,03%, cioè 175,15 euro. Di questi, 58,38 euro sono trattenuti al prestatore e 116,77 euro restano a carico del committente. Sommando la ritenuta del 20% sul lordo, il netto in tasca scende a circa 741,60 euro.
* Rispetto al 2024, quando l'aliquota era al 33,72%, la differenza è di circa 2,20 euro per ogni 1.000 euro oltre la franchigia: modesta per la singola ricevuta, sensibile per chi lavora in continuità con più clienti.
Quando la ritenuta d'acconto non basta più
Chi sfora sistematicamente i 5.000 euro deve valutare l'apertura della partita IVA nel regime forfettario, con imposta sostitutiva al 5% nei primi cinque anni e al 15% a regime. Il tema del lavoro non subordinato tornerà al centro della prossima edizione del Festival del Lavoro in programma a Roma, insieme alla tenuta dei redditi da attività non abituale nell'era della digitalizzazione ancora lenta nelle piccole imprese italiane.