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Adozione AI: il divario tra piccole e grandi imprese si allarga

Dati Istat 2025: adozione AI raddoppia al 16,4% ma il divario PMI-grandi imprese passa da 20 a 37 punti. Competenze primo ostacolo.

L'adozione AI nelle imprese italiane con almeno 10 addetti ha raggiunto il 16,4% nel 2025, il doppio dell'anno precedente. Il dato medio nasconde però una frattura che si allarga: le grandi imprese sono al 53,1%, le PMI al 15,7%. Il divario tra le due classi dimensionali è passato da 20 punti percentuali nel 2023 a 37 nel 2025.

I numeri del divario dimensionale

Secondo il Statreport Istat Imprese e ICT 2025, le aziende con oltre 250 addetti sono passate dal 32,5% del 2024 al 53,1%, un salto di 20 punti in dodici mesi. Nella stessa finestra le PMI hanno raddoppiato dal 7,7% al 15,7%. La crescita percentuale è simile, ma in valore assoluto il gap non ha mai smesso di crescere: era di 20 punti nel 2023, di 25 nel 2024, di 37 oggi.

Il quadro europeo mette l'Italia dietro i principali competitor. Nella stessa classe dimensionale la Germania è al 26%, la Spagna al 20,3%, la Francia al 18,2%. La media italiana del 16,4% resta sotto, ma il dato aggregato non racconta dove il ritardo è concentrato: nelle piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 99% del tessuto produttivo nazionale.

Le competenze

Il presidente Istat Francesco Maria Chelli, intervenuto al Meeting di Rimini, individua nella carenza di competenze la ragione principale del rallentamento. Tra le imprese con almeno 10 addetti che hanno valutato l'introduzione dell'intelligenza artificiale ma non l'hanno realizzata, il 58,6% cita come causa la mancanza di skill interne, davanti al 47,3% che segnala l'assenza di chiarezza legislativa. La stessa Istat rileva un dato correlato: nelle aziende con età media più elevata dei dipendenti e maggiore anzianità nel ruolo l'adozione AI cala. Non è una questione di numero di lavoratori, ma di capacità di integrare nuove tecnologie nei processi.

Il quadro incrocia una demografia in movimento. Tra il 2019 e il 2024 l'Italia ha perso 78mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni ma ne ha guadagnati 88mila stranieri della stessa fascia: il saldo netto è positivo per circa 10mila unità e nel 2025 le partenze si sono ridotte del 23,7%. Il ricambio quantitativo c'è, ma resta aperta la domanda su quanto il capitale umano che entra sia sostituibile con quello che esce. Il tema si intreccia con le politiche di sostegno alla genitorialità (il rapporto OCSE sulle politiche familiari), che condizionano la permanenza dei giovani lavoratori con figli piccoli.

Cosa cambia per le piccole imprese

Per una PMI il gap non è teorico. L'assunzione di un data engineer o di uno specialista di machine learning richiede retribuzioni che le imprese sotto i 50 addetti raramente possono sostenere. Il canale della formazione interna è più praticabile ma esige tempo e budget dedicati, in un tessuto dove la spesa media in ricerca e sviluppo resta bassa. Istat segnala che l'obiettivo europeo del Decennio Digitale, portare al 75% l'uso dell'AI nelle imprese entro il 2030, è oggi raggiunto per il 21,9%, contro il 10,9% del 2024.

Uno sbocco parziale arriva dai bandi pubblici e dagli incentivi regionali, che nell'ultimo anno hanno moltiplicato le linee dedicate alla digitalizzazione. Sul fronte dell'offerta di competenze la partita si gioca sull'aggancio con gli atenei che vantano i migliori sbocchi occupazionali (i dati AlmaLaurea 2026). La geografia dell'adozione conferma la spaccatura: il Nord-Ovest è già al 19,3%, il resto del Paese resta indietro.

Il 22 settembre l'Istat pubblicherà il dato definitivo su deficit e PIL 2025. Nel frattempo il calendario del Decennio Digitale continua a correre: mancano cinque anni al target 2030 e i 37 punti di distanza tra grandi e piccole imprese fissano il perimetro entro cui costruire la strategia industriale del prossimo quinquennio.

Pubblicato il: 24 agosto 2026 alle ore 08:52