«L'onda prorompente delle nuove tecnologie digitali, dell'intelligenza artificiale, della robotica» va posta «a servizio non esclusivamente di maggiori profitti e di migliore efficienza ma anche di una crescita qualitativa e di una organizzazione produttiva e sociale che valorizzi la persona, che tuteli sempre la sua dignità, che rafforzi la coesione sociale». Lo ha detto il presidente Sergio Mattarella il 12 ottobre all'Auditorium della Conciliazione, nel discorso per gli 80 anni della CIDA.
Il messaggio del Quirinale ai dirigenti
Mattarella ha parlato di un «mondo nuovo che si sta plasmando tra rapidissime trasformazioni» e ha chiesto ai dirigenti pubblici e privati di governarle senza smarrire l'«alleanza del lavoro» scritta nella Costituzione. L'indicazione è esplicita: le tecnologie emergenti vanno orientate alla persona, non solo all'efficienza. Un richiamo che riprende il filo di altri interventi recenti del Capo dello Stato sul rapporto fra tecnica, etica e comunità, come l'appello pronunciato ad Assisi contro l'uso del nome di Dio per uccidere.
La CIDA, che rappresenta i dirigenti e le alte professionalità italiane, era riunita per gli 80 anni dalla fondazione. Il Presidente ha chiuso l'intervento ricordando che l'alleanza del lavoro «deve saper guardare al futuro e quindi ai giovani»: il perno è la scuola, l'ingresso delle nuove generazioni nei processi produttivi, la responsabilità di chi forma oggi i cittadini di domani.
Nelle classi italiane il gap è già enorme
Il contrasto con la realtà quotidiana delle scuole è netto. L'indagine presentata a settembre 2026 in Senato da Gruppo Spaggiari, La Fabbrica e ANP, condotta su 1.294 docenti, mostra che il 72% degli insegnanti usa l'intelligenza artificiale almeno una volta a settimana: il 22% ogni giorno, il 36% più volte a settimana, il 14% una volta a settimana. Solo il 6% dichiara di non averla mai utilizzata.
Il problema è come questi docenti hanno imparato a usarla. Il 67% è autodidatta, mentre solo il 20% ha ricevuto una formazione istituzionale. Gli usi prevalenti restano quelli del lavoro di preparazione fuori dall'aula: ricerca di informazioni (23%), costruzione di attività didattiche (16%), preparazione di verifiche (16%), stesura di relazioni e mail (15%). In classe, con gli studenti, un docente su tre non la usa affatto, e quando entra serve soprattutto a stimolare la creatività (22%) e a personalizzare l'inclusione (22%).
AI Act operativo e DM 166, cosa manca davvero
Il quadro normativo è formalmente completo. Il Regolamento UE 2024/1689, l'AI Act, è entrato in vigore il 1° agosto 2024 e dal 2 agosto 2026 si applica alla generalità dei sistemi di intelligenza artificiale, con obblighi di trasparenza, alfabetizzazione del personale e controllo sui sistemi ad alto rischio che toccano anche gli istituti scolastici. In Italia il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha firmato il DM 166 del 9 agosto 2025, con le prime linee guida per l'introduzione dell'IA nelle istituzioni scolastiche, fondate su centralità della persona, equità, trasparenza e responsabilità.
Il nodo politico è un altro: a oltre un anno dalla pubblicazione delle linee guida e con l'AI Act già operativo, non esiste un piano formativo nazionale strutturato per i docenti. La scelta ricade sui singoli dirigenti scolastici, che devono decidere quali sistemi adottare, come formare il personale e come gestire i dati degli studenti. È lo stesso tema su cui si sta muovendo il Parlamento: tre dossier scuola sono in votazione a ottobre nella VII Commissione Cultura, e il decreto scuola è passato per cinque sedute di audizioni al Senato senza una voce specifica sulla formazione IA del personale.
La richiesta che emerge dall'indagine è concreta: esempi, laboratori, indicazioni applicabili in classe, regole chiare su dati e uso responsabile. Il discorso di Mattarella sposta il piano dalla tecnica all'etica, ma per tradurre quel messaggio in didattica quotidiana servono tempi, fondi e un piano di formazione che oggi, nelle 40.000 scuole italiane, è ancora in gran parte da scrivere.