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"Un anno di scuola", il film di Laura Samani conquista la critica: un teen movie che racconta amori, amicizie e fratture con il mondo adulto

Ispirato a un racconto di Giani Stuparich e presentato alla Mostra del cinema di Venezia, il nuovo lavoro della regista triestina esplora l'universo scolastico con uno sguardo inedito sulle relazioni tra studenti e docenti

* Da Venezia alle sale: il ritorno di Laura Samani * Un racconto di Stuparich come punto di partenza * La scuola come palcoscenico di crescita e conflitto * La critica applaude: un teen movie che non somiglia a nessun altro * Cinema e istruzione, un binomio che torna centrale

Da Venezia alle sale: il ritorno di Laura Samani {#da-venezia-alle-sale-il-ritorno-di-laura-samani}

C'è un momento, nel percorso di ogni regista, in cui le aspettative smettono di essere un peso e diventano carburante. Per Laura Samani, quel momento sembra essere arrivato con "Un anno di scuola", il film che dopo la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia ha finalmente raggiunto le sale italiane, raccogliendo consensi pressoché unanimi.

Samani, classe 1989, triestina, era già considerata una delle voci più promettenti del cinema italiano contemporaneo. Il suo esordio con Piccolo corpo aveva attirato l'attenzione della critica internazionale, ma con questo nuovo lavoro la regista compie un salto che in pochi si aspettavano: abbandona i toni fiabeschi e le ambientazioni rarefatte per immergersi nel quotidiano di un'aula scolastica, nei corridoi dove si consumano drammi invisibili agli adulti, nelle pause sigaretta fuori dal cancello dove si decidono alleanze e rotture.

Il passaggio veneziano aveva già fatto capire che qualcosa di diverso stava emergendo nel panorama del film sulla scuola italiano. Stando a quanto emerge dalle prime recensioni, ci troviamo di fronte a un'opera che riesce a parlare di adolescenza senza cadere nella retorica, di istruzione senza trasformarsi in un documentario sociologico.

Un racconto di Stuparich come punto di partenza {#un-racconto-di-stuparich-come-punto-di-partenza}

La genesi del progetto ha radici letterarie precise. Samani ha dichiarato più volte di essersi ispirata a un racconto di Giani Stuparich, lo scrittore triestino del Novecento che come pochi altri ha saputo raccontare il mondo della formazione, la tensione tra dovere e desiderio, la Trieste delle aule e dei caffè.

Non si tratta di un adattamento fedele, va detto subito. Il testo di Stuparich funziona piuttosto come un innesco narrativo, una traccia emotiva che Samani ha rielaborato con libertà, trasportando le dinamiche di inizio secolo in un contesto contemporaneo. Il risultato è un film che conserva l'eco della letteratura mitteleuropea, quel senso di malinconia lucida che appartiene a Trieste, ma lo declina in un linguaggio visivo moderno, fatto di primi piani ravvicinati, silenzi carichi di tensione e una colonna sonora che alterna elettronica e pianoforte.

Per chi volesse approfondire il rapporto tra letteratura e mondo scolastico, vale la pena ricordare come anche iniziative come Parte la Campagna Nazionale #ioleggoperché 2025: Donare Libri per Arricchire le Biblioteche Scolastiche cerchino di tenere vivo il legame tra i giovani e la pagina scritta, un legame che Samani evidentemente coltiva con passione.

La scuola come palcoscenico di crescita e conflitto {#la-scuola-come-palcoscenico-di-crescita-e-conflitto}

Al centro del film c'è un liceo. Ma la scuola, qui, non è semplice sfondo. È organismo vivente, luogo dove si intrecciano relazioni che definiscono identità ancora in formazione. "Un anno di scuola" segue un gruppo di studenti nell'arco di un intero anno scolastico, con le sue scansioni rituali: il primo giorno, le verifiche, le gite, la fine delle lezioni.

I temi sono quelli universali dell'adolescenza, gli amori che esplodono e si consumano nel giro di poche settimane, le amicizie che sembrano eterne e si spezzano per un malinteso, ma Samani li attraversa con una maturità registica che evita ogni compiacimento. La frattura più profonda raccontata nel film è quella con il mondo adulto. I docenti non sono macchiette né eroi: sono figure ambigue, a volte distanti, a volte troppo presenti, quasi sempre incapaci di decifrare davvero ciò che accade nei banchi davanti a loro.

Questa rappresentazione del rapporto tra studenti e docenti ha una sua urgenza nel dibattito attuale sull'istruzione italiana, dove il tema delle nuove linee guida per l'insegnamento continua a generare discussioni accese, come emerge dall'Analisi Critica delle Nuove Indicazioni Nazionali: 'Credere, Obbedire, Insegnare'.

La Trieste del film

La città non è mai nominata esplicitamente, eppure è ovunque. La luce del Carso che filtra dalle finestre dell'aula, il vento di bora che accompagna le scene girate in esterno, le strade che scendono verso il mare. Trieste è il personaggio silenzioso del film, la cornice che amplifica il senso di transitorietà proprio dell'età raccontata. Chi conosce la città riconoscerà angoli e atmosfere; chi non la conosce ne resterà affascinato.

La critica applaude: un teen movie che non somiglia a nessun altro {#la-critica-applaude-un-teen-movie-che-non-somiglia-a-nessun-altro}

Le recensioni uscite nelle ultime settimane concordano su un punto: "Un anno di scuola" è un teen movie italiano che rifiuta i cliché del genere. Niente drama costruito a tavolino, niente personaggi bidimensionali. Samani ha lavorato a lungo con attori giovanissimi, molti dei quali al debutto, ottenendo interpretazioni di una naturalezza disarmante.

Come sottolineato da diversi critici, il film riesce nella doppia impresa di parlare agli adolescenti senza essere didascalico e di commuovere gli adulti senza ricorrere alla nostalgia facile. È un equilibrio raro, che colloca Samani tra le registe capaci di rinnovare il racconto cinematografico della crescita personale senza perdere di vista la complessità del reale.

Il confronto con altre produzioni recenti che hanno affrontato temi sociali attraverso il cinema è inevitabile. Anche L'importanza dell'inclusione in 'Shadow', il film che rompe le barriere ha dimostrato come il grande schermo possa essere veicolo di riflessione su temi cruciali per le nuove generazioni, dall'inclusione alla diversità.

Cinema e istruzione, un binomio che torna centrale {#cinema-e-istruzione-un-binomio-che-torna-centrale}

Il successo di "Un anno di scuola" rilancia una questione che periodicamente torna nel dibattito culturale italiano: il ruolo del cinema nel raccontare la scuola. Da La scuola di Daniele Luchetti a Il rosso e il blu di Giuseppe Ferro, passando per le commedie più leggere e i drammi più cupi, il sistema scolastico italiano è stato rappresentato in ogni modo possibile. Eppure il film di Samani riesce a trovare un angolo nuovo.

Lo fa, probabilmente, perché non vuole essere un film "sulla scuola" in senso stretto. La scuola è il terreno su cui si giocano le vere partite del racconto: l'identità, il conflitto generazionale, la scoperta dolorosa che crescere significa anche perdere qualcosa. E lo fa con una consapevolezza formale che in Italia, nel genere del teen movie, si vede raramente.

Resta da vedere se il pubblico delle sale risponderà con lo stesso entusiasmo della critica. I primi dati al botteghino sono incoraggianti, ma il vero banco di prova sarà la tenuta nelle settimane successive, in un mercato cinematografico italiano che fatica a premiare i film d'autore al di fuori dei circuiti festivalieri.

Quel che è certo è che Laura Samani ha confermato, con questo secondo lungometraggio, di non essere una promessa ma una realtà. E che raccontare la scuola, con onestà e senza scorciatoie, è ancora possibile.

Pubblicato il: 14 aprile 2026 alle ore 08:35