Il 57,1% degli italiani ha letto almeno un libro nel 2024, poco meno di 32 milioni di persone. Un dato che nasconde un paradosso: il picco assoluto di lettori è tra gli 11 e i 14 anni, quando quasi 8 ragazzi su 10 (78,9%) dichiara di aver aperto un libro nell'ultimo anno. Il crollo comincia subito dopo.
Il picco è a 12 anni, poi si perde tutto
I dati ISTAT su libri e biblioteche 2024-2025 mostrano una curva a campana molto ripida: dal 78,9% degli 11-14enni si scende al 37,5% degli over 75. In mezzo, l'abbandono. Le donne restano più costanti degli uomini (62,6% contro 51,2%) e nella fascia 45-54 anni il divario tocca 17 punti percentuali.
Già tra gli 11 e i 17 anni il 13,7% di chi non legge dichiara di aver smesso: non è un rifiuto tardivo, ma una rinuncia precoce. E la motivazione è netta. Oltre metà degli adolescenti che non legge (52,5% tra gli 11-14enni, 52% tra i 15-17enni) risponde che leggere annoia o non appassiona. Nessuna mancanza di tempo, nessun ostacolo economico: puro disinteresse.
Il quadro nazionale, con il calo dal 60% del 2000 al 57,1% del 2024, restituisce solo una parte del fenomeno. Chi resiste lo fa per abitudine consolidata: il 42,8% dei lettori è un lettore debole (uno-tre libri l'anno) e solo il 3,2% supera i trenta titoli. L'unico luogo dove la passione per i libri tiene ancora, la scuola media, non riesce a trasferire l'abitudine oltre i banchi della terza.
Le biblioteche sopravvivono grazie agli under 24
Mentre i lettori calano, la frequentazione delle biblioteche resta stabile: 14,9% nel 2025, quasi identico al 15,1% di dieci anni fa. Il dato tiene per un solo motivo: i giovani fino a 24 anni ci vanno con una quota del 30,9%, il doppio della media nazionale.
Ma non ci vanno per prendere in prestito romanzi: le biblioteche pubbliche sono per loro soprattutto luoghi di studio e aggregazione. Colmano un vuoto, quello delle biblioteche scolastiche italiane, spesso senza personale dedicato, senza figura del bibliotecario e con orari ridotti al mattino. Il risultato è che il libro entra in classe come compito e non come esperienza, e il ragazzo che vuole studiare in silenzio esce di scuola e cerca uno spazio pubblico.
L'effetto si vede anche sul mercato editoriale: le vendite di titoli scolastici come l'Odissea tradotta da Nicola Gardini decollano nei mesi in cui il libro è in programma, come raccontato nell'analisi sulla finestra corta della scuola italiana. La domanda esiste, ma il sistema la intercetta solo di striscio.
Sud e adolescenza: due divari che si sommano
C'è poi il fronte territoriale. Nel Centro-Nord legge oltre il 60% della popolazione, nel Mezzogiorno appena il 47%: tredici punti di divario. Il rapporto tra laureati e chi ha la sola licenza elementare è di tre a uno; nelle famiglie più povere legge il 43,9%, in quelle più agiate il 72,5%.
Lo stesso libro cartaceo, ancora dominante con il 71,5% dei lettori, viene affiancato dal digitale solo al Nord (11,9%) e al Centro (11,1%), mentre al Sud si ferma all'8,7%. Chi cresce in un contesto povero di stimoli editoriali perde due volte: prima come lettore, poi come studente. Il 66,3% di chi legge lo fa per piacere personale, un motore che nelle case senza libri fatica ad accendersi da solo.
Il libro, come ricordato nel caso Ungaretti a Brescia, resta un evento culturale trainato più dai festival che dalla scuola quotidiana. E i luoghi della cultura minore, come i teatri condominiali riconosciuti dall'Unesco, funzionano quando la comunità li presidia. La biblioteca scolastica, oggi, non è quella comunità.
Il terreno di lavoro concreto è tra i 14 e i 18 anni, dove la secondaria di secondo grado eredita ragazzi che leggono e li restituisce spesso disinteressati. Riaprire le biblioteche scolastiche con orari pomeridiani, assumere bibliotecari dedicati e dare ai docenti margini reali di scelta dei testi costa meno di qualsiasi campagna generalista di promozione del libro.