Nessuna università italiana entra nella top 100 del CWUR 2026 del Center for World University Rankings, e il 79% degli atenei perde posizioni rispetto al 2025. Dietro il dato c'è un divario di finanziamento che la classifica si limita a fotografare.
Le posizioni: Sapienza prima ma in calo
La Sapienza di Roma resta la prima italiana ma scivola al 129esimo posto, perdendo quattro posizioni rispetto al 2025. Padova segue al 182esimo (-4), poi Milano Statale al 194esimo (-3), Alma Mater di Bologna al 208esimo, Federico II di Napoli al 243esimo, Torino al 245esimo, Firenze al 273esimo (in miglioramento), Pisa al 293esimo, Genova al 294esimo e Pavia al 335esimo. Solo 13 atenei migliorano sul totale di 66 presenti nei primi 2000, uno mantiene la posizione (Federico II) e 52 scendono. In vetta globale Harvard si conferma al primo posto per il quindicesimo anno consecutivo, davanti a MIT, Stanford, Cambridge e Oxford. La Cina supera gli Stati Uniti per numero complessivo di atenei classificati nei primi duemila, favorita anche dal rallentamento americano legato ai tagli ai finanziamenti federali.
Il vero divario: 1,37% del PIL contro il 3,1% tedesco
Il CWUR collega l'arretramento italiano al gap nella ricerca scientifica. I numeri ufficiali quantificano la distanza. Secondo il Rapporto ISTAT su ricerca e sviluppo in Italia 2023-2025, nel 2023 l'Italia ha destinato all'R&S l'1,37% del PIL, per un totale di 29,4 miliardi di euro. Secondo i dati Eurostat sulla spesa europea in R&S 2024, la media UE è al 2,2% e la Germania al 3,1% del PIL. La differenza con Berlino vale oltre 1,7 punti di PIL: tradotti su scala italiana, valgono circa 36 miliardi di euro in più che la Germania investe ogni anno in ricerca rispetto all'Italia.
Il divario si riproduce sul singolo studente universitario. La spesa italiana per studente terziario, secondo i dati OCSE Education at a Glance, è di 9.553 dollari l'anno: il 38% in meno dei 15.390 dollari della Germania e il 32% in meno dei 14.079 della Francia. La spesa pubblica per università vale lo 0,55% del PIL contro lo 0,93% della media OCSE, lo 0,84% spagnolo, l'1,04% tedesco e l'1,11% francese. In termini di reddito pro capite, nel 2021 l'Italia spendeva per ogni studente universitario il 16%, contro il 30% della Germania, il 26% della Francia e il 24% della Spagna.
Sull'investimento totale, la quota italiana è ferma sui livelli del 2013 (1,29%), mentre Germania e Stati Uniti hanno aumentato sensibilmente la propria. Il gap con la Germania è passato da 1,3 punti di PIL nel 2010 a 1,8 nel 2022.
Il 2026 di FFO e PNRR: meno fondi, non più
La traiettoria del 2026 conferma il dato strutturale. Il Fondo di Finanziamento Ordinario, principale leva pubblica per gli atenei statali italiani, registra nella manovra di Bilancio 2026 un incremento nominale di 25 milioni di euro su una base di 9,4 miliardi: in termini reali, considerando l'inflazione, è una riduzione. Sempre nel 2026 si esauriscono i progetti PNRR che hanno coperto le retribuzioni di oltre 5.000 ricercatori a tempo determinato assunti negli ultimi tre anni: senza un canale sostitutivo, quei contratti non saranno rinnovati e la capacità di produzione scientifica degli atenei si ridurrà ulteriormente.
Il nuovo Fondo per la Programmazione della Ricerca introdotto dalla Legge di Bilancio 2026 stanzia 259 milioni iniziali, di cui 150 destinati ai bandi PRIN. Sono cifre coerenti con la fotografia OCSE, non con quella tedesca. Per il CWUR 2027 gli atenei italiani competeranno con sistemi che ricevono il doppio o il triplo delle risorse, a parità di indicatori sulla produzione scientifica, qualità del corpo docente e dotazione di laboratori.
Per recuperare anche solo la media UE del 2,2% del PIL in R&S, l'Italia dovrebbe destinare alla ricerca circa 18 miliardi in più all'anno. La cifra è quattro volte l'intero stanziamento iniziale del Fondo per la Programmazione della Ricerca del 2026.