Un laureato italiano guadagna in media 1.770 euro netti al mese a cinque anni dal titolo. Se lavora all'estero, 2.900 euro. La differenza, 1.130 euro al mese, equivale a circa 13.500 euro netti l'anno: è la cifra che AlmaLaurea ha certificato nel Rapporto 2025 sulla condizione occupazionale dei laureati.
Il paradosso fotografato da QS
Il QS World Future Skills Index 2027, pubblicato dalla società londinese QS Quacquarelli Symonds, colloca l'Italia al 9° posto al mondo per preparazione accademica degli studenti universitari, comprese le competenze legate a intelligenza artificiale, digitale e sostenibilità. Quando però l'indice misura la capacità dell'economia di assorbire quelle competenze, l'Italia precipita al 41° posto. Sulla preparazione della forza lavoro la posizione scende ancora, al 56°. La classifica complessiva ferma il Paese alla 22ª posizione su 89 economie, dietro Regno Unito (3°), Germania (4°), Spagna (9°) e Francia (11°). Lo studio definisce questo divario fra produzione e valorizzazione del capitale umano uno dei più ampi mai registrati fra le economie avanzate.
Quanto vale la differenza per chi parte
Il Rapporto AlmaLaurea 2025, basato sull'indagine 2024 condotta su oltre 660mila laureati, fissa la retribuzione mensile netta a cinque anni dal titolo a 1.770 euro per i laureati di primo livello e 1.847 euro per quelli di secondo livello. Per gli occupati all'estero il valore sale a circa 2.900 euro: un divario del +61,7% che, su base annua e a parità di mansione, vale fra 13.500 e 14.000 euro netti.
Su quel divario si misura il flusso fotografato dall'Istat. Nel 2023 hanno lasciato il Paese circa 21mila laureati fra i 25 e i 34 anni, quasi il doppio rispetto al 2022. Il triennio 2019-2023 chiude con un saldo netto di -119mila giovani fra i 25 e i 34 anni, perché sono partiti 192mila e ne sono rientrati solo 73mila. Su un orizzonte più lungo, fra il 2012 e il 2022 i cittadini italiani che hanno trasferito la residenza all'estero sono stati oltre 1,3 milioni, secondo il report Istat sulle migrazioni internazionali, oltre il 60% con meno di 35 anni.
Il conto cumulato: 130 miliardi
QS stima in 130 miliardi di euro la perdita prodotta dall'emigrazione qualificata fra il 2011 e il 2023: circa 10,8 miliardi l'anno di costi formativi e gettito futuro trasferiti ad altre economie. È una cifra paragonabile a una intera manovra di bilancio su una singola voce di spesa pubblica. Lo studio attribuisce il deficit non alla qualità degli atenei, ma a una domanda di lavoro che fatica a esprimere competenze manageriali, relazionali e di leadership: le imprese italiane chiedono profili che il sistema produttivo non riesce a remunerare ai livelli che il mercato internazionale offre.
Cosa cambia per chi si laurea oggi
Per chi si affaccia al mercato del lavoro nel 2026 il quadro che emerge dai due rapporti, letti insieme, smonta la narrazione della partenza come gesto romantico. I dati AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati mostrano che restare in Italia significa accettare un costo opportunità misurabile. L'aumento reale delle retribuzioni interne (+2,9% per i laureati triennali, +3,6% per i magistrali rispetto al 2023) non basta a chiudere il gap. Il 73,9% dei laureati di primo livello a cinque anni ha un contratto a tempo indeterminato, ma la stabilità interna convive con una distanza salariale che si è consolidata nel decennio. Il punto debole, ribadisce QS, non è la formazione: è l'apparato produttivo, ancora orientato su comparti a bassa intensità tecnologica e con scarsa capacità di assorbire profili altamente qualificati.
La leva su cui agire non passa quindi dagli atenei. Passa dalla domanda: investimenti privati in ricerca, dimensione media delle imprese, infrastrutture per l'innovazione. Fino a quando il sistema continuerà a produrre talento a costo pubblico e a cederlo al lavoro estero, i 1.130 euro al mese di differenza resteranno l'argomento più forte che un neolaureato sente prima di prenotare il volo.