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Perché il 10,4% dei dottori italiani sceglie di lavorare fuori

L'ISTAT: il 10,4% dei dottori formati in Italia lavora all'estero. L'Italia al 22° posto in Ue per numero di ricercatori sulla popolazione.

Le università italiane parlano da anni di internazionalizzazione, ma i dati ISTAT raccontano un sistema in perdita netta: il 10,4% dei dottori formati in Italia lavora all'estero. La diagnosi arriva indirettamente da un editoriale del 16 luglio 2026 su University World News, firmato dai sudafricani Marcina Singh, Jonathan Jansen e Shireen Motala, che critica le università che hanno adottato il linguaggio della decolonizzazione senza modificare governance, criteri di assunzione e gerarchie linguistiche interne.

La critica: retorica dell'apertura senza cambio strutturale

Il testo sostiene che a oltre dieci anni dalle proteste studentesche di Rhodes Must Fall le università sudafricane parlano di inclusione, trasformazione e giustizia epistemica senza toccare le regole che distribuiscono potere, prestigio e finanziamenti. Il curriculum cambia, le liste di lettura si ampliano, ma il sistema di incentivi accademici resta invariato. Gli autori richiamano il saggio del 2012 di Eve Tuck e Wayne Yang, secondo cui la decolonizzazione non è una metafora e non può essere svuotata a marchio generico di ogni riforma inclusiva. La stessa dinamica, sostengono, riguarda oggi molte istituzioni globali che chiedono legittimità pubblica senza rinegoziare i propri equilibri interni.

I numeri italiani dell'internazionalizzazione

Il quarto rapporto Istat sull'inserimento professionale dei dottori di ricerca 2025, pubblicato l'11 marzo 2026, quantifica il fenomeno per le università italiane: il 10,4% dei dottori occupati lavora all'estero, con destinazioni concentrate in Germania (13,7%), Stati Uniti (13,2%), Francia (11,8%) e Svizzera (11,5%). Chi va via lo dichiara apertamente: l'81,7% cerca un lavoro più adeguato al proprio profilo, il 73,7% cerca uno stipendio migliore. Nello stesso rapporto l'Italia risulta al 22° posto dell'Unione europea per quota di dottori sulla popolazione, allo 0,4% contro lo 0,8% della media Ue27, l'1,4% della Germania, lo 0,9% della Spagna e lo 0,7% della Francia. La presenza di studenti stranieri nei dottorati sale al 12,3% per la coorte 2021, contro il 4,6% dei laureati: l'apertura si concentra sull'ultimo miglio formativo mentre la base resta chiusa.

Cosa cambia per chi lavora nella ricerca

Il quadro operativo peggiora il dato di partenza. Fra chi resta e lavora nella ricerca in Italia il 34,4% ha un contratto a tempo determinato e circa un quarto non svolge attività di ricerca a quattro anni dal titolo. La percentuale di dottori che ha svolto un periodo di formazione all'estero durante il dottorato è salita dal 43,1% delle coorti 2012 e 2014 al 53,2% delle coorti 2019 e 2021, a conferma che l'apertura formativa esiste ma non regge la fase successiva. Il Rapporto Anvur 2026 sulle università descrive un sistema di 100 atenei con caratteristiche molto eterogenee, criteri di finanziamento e reclutamento frammentati, e condizioni di ingresso post-dottorato meno competitive rispetto ai principali paesi Ue.

Dove servirebbe intervenire davvero

Il commentary sudafricano indica una direzione operativa: chiedersi chi definisce le agende di ricerca, in quali lingue si scrive, come si costruiscono i partenariati, quali forme di competenza vengono premiate nelle progressioni di carriera. Applicata al contesto italiano la lista tocca punti concreti: piani straordinari di reclutamento con criteri comparabili a quelli di Germania e Francia, tenure track allineati all'attrattività dei sistemi europei più vicini, riequilibrio del finanziamento verso la ricerca di base e non solo verso bandi competitivi a breve termine. Il PNRR ha aumentato le borse di dottorato dopo il 2021, ma la variabile scoperta resta la retribuzione di ingresso e la stabilità del percorso post-dottorato. Ogni riforma che sposta risorse solo sul lato della domanda formativa, senza toccare le condizioni di uscita, rischia di rendere il sistema italiano il miglior trampolino possibile verso Zurigo, Monaco e Parigi.

Il segnale della credibilità non è quanto spesso una parola compare nei documenti strategici, ma quanti margini decisionali si è disposti a spostare. Finché la variabile stipendio e la stabilità restano fuori dal perimetro delle riforme, il 10,4% è destinato a crescere e l'attrattività degli atenei verso i talenti stranieri continuerà a dipendere da poche eccezioni.

Pubblicato il: 19 luglio 2026 alle ore 10:09