L'Università di Torino ha annunciato la revisione della campagna di immatricolazione 2026-2027 dopo le critiche al manifesto dedicato a Primo Levi. Il cartellone, che accosta «matricola nel 1937» e «Se questo è un uomo nel 1947» sotto lo slogan «Anche la tua storia inizia qui», è stato accusato di cancellare il decennio della persecuzione razziale e della deportazione. L'ateneo valuterà modifiche ai materiali già distribuiti.
Cosa contesta il Coordinamento antifascista
Il documento più duro arriva dal Coordinamento Unito e Antifascista Universitario, che riunisce docenti e studiosi dell'area progressista dell'ateneo. Nel testo diffuso il 21 giugno l'organizzazione chiede il ritiro dei manifesti e parla di «velo pietoso sul possibile doppio senso di matricola universitaria e numero di matricola ad Auschwitz». La critica centrale non riguarda il rapporto fra Primo Levi e l'università torinese, ma il modo in cui due date, 1937 e 1947, vengono collegate come se fra l'iscrizione e la pubblicazione del libro ci fosse soltanto un percorso accademico. La campagna affianca a Levi anche Rita Levi Montalcini e Umberto Eco, abbinando a ciascun nome l'anno di immatricolazione e un'opera o un riconoscimento successivo. Lo slogan dovrebbe trasmettere ai futuri matricolandi l'idea che ogni grande traguardo sia partito dalle aule torinesi. Per i firmatari del documento la formula, applicata a Levi, sovrappone la matricola dell'università al numero tatuato sul braccio dei deportati e azzera il contesto storico in cui lo scrittore visse gli anni intermedi.
Il decennio rimosso tra 1937 e 1947
Fra l'iscrizione di Levi al corso di Chimica e l'uscita del suo libro più noto si concentrano alcuni degli eventi più tragici del Novecento italiano. Nel 1938 il regio decreto legge 1390 esclude gli ebrei dalla scuola pubblica e dall'università, colpendo studenti e docenti, fra cui diversi membri dell'ateneo torinese. Primo Levi si laurea in Chimica nel 1941 con la dicitura «di razza ebraica» sul diploma, conseguenza diretta della legislazione razziale fascista. Nel dicembre 1943 viene arrestato in Valle d'Aosta dopo aver aderito alla Resistenza e nel febbraio 1944 deportato ad Auschwitz, dove gli viene tatuato sul braccio il numero 174517. Resta nel campo fino alla liberazione del 27 gennaio 1945 da parte dell'Armata Rossa. Tornato in Italia, pubblica «Se questo è un uomo» nel 1947 per le edizioni De Silva di Franco Antonicelli. Sono questi i dieci anni che, secondo il Coordinamento, il manifesto comprime in un percorso lineare di studio e scrittura.
Il caso riapre il dibattito pubblico su come una testimonianza come quella di Levi possa entrare in una campagna di marketing universitario senza ridurre la Shoah a sfondo narrativo per gli studenti. Per il Coordinamento la richiesta resta il ritiro integrale dei manifesti dedicati allo scrittore, mentre l'ateneo lavora alla nuova versione dei materiali promozionali in tempi rapidi.