Al IX convegno dell'Associazione nazionale presidi (Anp), aperto il 13 ottobre a Roma con il titolo 'Identità in movimento', Giuseppe Valditara ha annunciato che 'ci sono tutte le premesse' per l'equiparazione retributiva dei dirigenti scolastici con quelli della Pubblica amministrazione. Il percorso è già stato avviato con il decreto-legge 170/2026, ma i conti dicono che il primo stanziamento copre meno di un decimo del divario annuo rispetto alla dirigenza non apicale della Pa.
Il quadro degli stipendi oggi
In Italia operano 7.389 dirigenti scolastici, secondo il contingente fissato per il triennio 2027-2030 dal decreto interministeriale 118 del giugno 2026. Lo stipendio tabellare lordo di un preside, aggiornato dal nuovo Ccnl Area Istruzione e Ricerca 2022-2024 sottoscritto in via definitiva lo scorso agosto, è di 50.005,73 euro annui. La retribuzione di posizione parte fissa è salita a 14.515,11 euro, a cui si sommano una componente variabile e la retribuzione di risultato.
Il confronto con la dirigenza pubblica non apicale rivela dove si annida il differenziale. A parità di stipendio tabellare, un dirigente amministrativo di seconda fascia della Pa percepisce in media circa 23.800 euro di risultato annuo, contro i circa 5.000 euro di un dirigente scolastico. Il divario medio stimato per persona è intorno ai 20.000 euro lordi all'anno, quasi tutto concentrato sulla componente variabile della retribuzione.
Quanto costa davvero l'equiparazione
La matematica è lineare. Moltiplicando i 20.000 euro medi di differenziale per i 7.389 dirigenti scolastici in servizio si ottiene un fabbisogno complessivo intorno ai 148 milioni di euro l'anno, al lordo degli oneri a carico dello Stato. È la cifra che servirebbe, grosso modo, per allineare gli stipendi dei presidi a quelli della restante dirigenza pubblica non generale.
Il decreto-legge 30 settembre 2026, n. 170, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 settembre ed entrato in vigore il primo ottobre, incrementa di 14 milioni il Fondo unico nazionale per il 2026. L'articolo 7 fissa come finalità esplicita la 'progressiva armonizzazione' delle retribuzioni con la dirigenza pubblica di livello non generale. Rapportato ai 148 milioni annui del gap, lo stanziamento copre circa il 9,5%.
A questo ritmo l'allineamento pieno, se gli stanziamenti futuri restassero sullo stesso ordine di grandezza, richiederebbe oltre un decennio. Lo stesso testo del decreto parla di 'progressiva armonizzazione' e non di parificazione immediata: la cornice è un percorso pluriennale, non un aggancio in un passo solo.
Reggenze in calo e dispersione al minimo storico
I 14 milioni sono vincolati alla componente variabile della retribuzione di posizione e alla retribuzione di risultato, entrambe legate alla valutazione annuale. Non è quindi un aumento uniforme che entra in busta paga per tutti i presidi: dipende dal raggiungimento degli obiettivi dell'anno scolastico 2025/2026, come scritto nell'articolo 7 del decreto.
Valditara ha rivendicato risultati anche fuori dalla partita salariale. L'assunzione di 1.377 presidi negli ultimi anni e la riduzione delle reggenze da circa mille a 300, su un totale di 7.389 autonomie, chiudono una fase di scoperture. Nel 2026/27 restano da coprire 348 posti vacanti con il concorso ordinario.
Sul fronte apprendimenti, il ministro ha portato al convegno il dato della dispersione implicita scesa al 6,3% secondo il Rapporto Invalsi 2026, minimo storico contro il 7,5% del 2019. Il calo è stato collegato alle tre misure che l'Ocse ha citato come buone pratiche in Education at a Glance 2026: Agenda Sud, il modello 4+2 per gli istituti tecnici e il docente tutor.
La verifica decisiva sarà nella legge di bilancio. Il Ccnl è firmato e il primo stanziamento è in vigore: perché l'allineamento passi davvero dalle premesse alla busta paga serviranno rifinanziamenti pluriennali di scala molto diversa da quella del primo decreto.