L'Italia centra con cinque anni di anticipo il target europeo sulla dispersione scolastica: 8,2% nel 2025, il valore più basso di sempre, meglio della media UE al 9,1%. Dietro quel numero però c'è un'altra Italia, quella rilevata dall'indagine HBSC 2022 dell'Istituto Superiore di Sanità, dove oltre tre quindicenni su quattro dichiarano di sentirsi molto o abbastanza stressati per la scuola. Due letture che non si parlano, ma raccontano la stessa generazione.
I numeri dell'abbandono: Italia meglio di Germania e Spagna
Il tasso 2025 dell'8,2%, calcolato sui giovani tra 18 e 24 anni che hanno al massimo la licenza media e non studiano né si formano, è il più basso mai registrato. Nel 2018 era al 14,3%, nel 2022 all'11,5%. Le proiezioni INVALSI puntano al 7,3%. La fotografia europea rende la discesa ancora più evidente: la media UE 2025 resta al 9,1%, con Germania al 13,1% e Spagna al 12,8%, come mostrano i dati Eurostat 2025 sugli early leavers, mentre 17 Stati hanno già centrato il traguardo del 2030.
Il dato però cambia volto appena si scende sotto la media. Il tasso scende al 6,7% per gli studenti italiani e sale al 26,2% per gli stranieri (era 30,1% nel 2022). Pesano i divari geografici, con Mezzogiorno e Isole al 13,7%, e il divario di genere, con maschi al 10,1% contro il 6,2% femminile. Chi arriva da fuori Italia negli ultimi anni delle superiori resta la categoria più esposta, nonostante la spinta del PNRR sulle scuole del Sud contro l'abbandono.
Lo stress scolastico tocca il massimo storico
La fotografia più scomoda arriva dalla Sorveglianza HBSC-Italia 2022 dell'Istituto Superiore di Sanità, condotta con CNR e rete OMS Europa. A 15 anni il 78,1% delle ragazze e il 60,2% dei ragazzi dichiara di sentirsi abbastanza o molto stressato per gli impegni scolastici. A 13 anni le ragazze superano il 70%, a 17 anni toccano l'80%.
Il dato storico è il più preoccupante. A ogni ciclo quadriennale della sorveglianza, dal 2010, la quota di studenti stressati cresce di circa 10 punti percentuali. Nel 2022 si registrano le percentuali più alte di sempre. In parallelo cala il piacere di andare a scuola: solo il 13% complessivo dichiara di apprezzarla, quota che crolla al 6% tra i 15enni.
Il fattore scatenante non è lo studio ma il modo in cui viene vissuto. Paura del fallimento, aspettative genitoriali e sociali percepite come schiaccianti, un sistema di valutazione interpretato in chiave competitiva. In classe questo si traduce in school burnout: stanchezza emotiva cronica, cinismo verso l'istituzione, percezione di scarsa efficacia personale. I consigli di classe segnalano sempre più studenti al limite della soglia di validità dell'anno, fissata dalla normativa al 75% dell'orario annuale, con deroghe sempre più frequenti per motivi di salute mentale.
Cosa cambia per docenti, studenti e famiglie
Il quadro cambia il lavoro quotidiano di chi sta in aula. Monitorare le assenze non è più una formalità amministrativa: diventa diagnosi precoce di disagio. I colloqui con le famiglie si moltiplicano, spesso centrati sulla salute mentale più che sul rendimento. Le dirigenze devono bilanciare sostegno psicologico, continuità didattica e tenuta disciplinare, con risorse che restano concentrate su altri fronti.
Sul tavolo del Ministero convivono due priorità distinte. Da un lato gli investimenti del PNRR scuola, i 22,7 miliardi presentati da Valditara destinati soprattutto a infrastrutture, digitale e orientamento. Dall'altro la richiesta di una valutazione politica del bilancio della scuola di Valditara che tenga conto anche della dimensione del benessere. Nel frattempo la fascia più fragile resta quella degli studenti stranieri delle superiori, come mostra il profilo dello studente serale, giovane straniero a rischio abbandono con tassi di rischio ancora a doppia cifra.
La prossima rilevazione HBSC, attesa nel 2026, misurerà se la curva dello stress inizia a piegarsi. Il target UE sulla dispersione è stato centrato, quello sul benessere a scuola è ancora da conquistare.