Aprire un account sui social in prima media, verso gli undici anni, si associa a punteggi più bassi nei test Invalsi di italiano e matematica: il calo equivale a circa sei mesi di istruzione in meno. È il risultato di uno studio su 5.227 studenti italiani pubblicato il 3 agosto su Nature Human Behaviour, che fornisce le prove più solide finora disponibili sull'effetto dei social sull'apprendimento in età scolare.
Lo studio Bicocca-Brescia su 5.227 studenti
La ricerca è firmata dall'Università di Milano-Bicocca, dall'Università di Brescia, dal centro Studi Socialis e dall'associazione Sloworking. Gli autori hanno raccolto le abitudini di uso dei social più diffusi tra gli adolescenti, come Facebook, Instagram e TikTok, e le hanno confrontate con i punteggi Invalsi di italiano, inglese e matematica in quattro fasi della carriera scolastica, dalla primaria fino alla seconda classe della scuola superiore. Il campione copre anche la fase pre-adolescenziale, quando la maggior parte dei giovani crea il primo account: l'età media di apertura si colloca fra i dieci e gli undici anni, prima dell'ingresso alla secondaria di primo grado.
Chi ha aperto l'account in prima media ha ottenuto punteggi mediamente inferiori rispetto ai coetanei che hanno atteso la terza media o oltre. La differenza equivale a circa sei mesi di istruzione in meno sia in italiano sia in matematica. In seconda superiore, tra i 15 e i 16 anni, lo scarto in italiano resta stabile e in matematica risulta perfino leggermente più marcato. Un'ulteriore evidenza rafforza il quadro: la probabilità di iscrizione precoce ai social è più alta tra gli studenti che dichiarano di controllare più spesso lo smartphone nel corso della giornata.
Le ipotesi degli autori e le tre direzioni proposte
Il primo autore Marco Gui, in un'intervista all'ANSA, individua come spiegazione più plausibile la pervasività dello smartphone: la consultazione continua dei social produce iperstimolazione e distrazione prolungata, che si riflettono direttamente sulla concentrazione richiesta a scuola e nello studio a casa. Le altre ipotesi testate dagli autori, come il contenuto specifico dei feed o le ore sottratte ad altre attività, risultano meno robuste rispetto al meccanismo attentivo.
Le indicazioni operative che emergono dallo studio sono tre. La prima è rafforzare l'educazione digitale e le competenze di base fin dalla scuola primaria. La seconda riguarda il design delle piattaforme e gli elementi che ne rendono la fruizione compulsiva, dallo scroll infinito alle notifiche continue. La terza chiama in causa il legislatore, con l'ipotesi di posticipare per via normativa l'età minima di accesso ai social per i minori. Il tema si intreccia con il dibattito europeo sull'età di consenso digitale, che nei prossimi mesi tornerà al centro dell'agenda regolatoria.
Per famiglie e scuole la lettura è duplice: intervenire sulla soglia di età di apertura degli account e costruire abitudini di uso più consapevoli, prima che l'esposizione precoce si traduca in un divario di apprendimento misurato dagli Invalsi. La stima di sei mesi di scuola persi, ricavata su un campione di oltre cinquemila studenti, rende il fenomeno difficile da liquidare come impressione soggettiva o allarme mediatico.