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Vaiolo ovino medievale: 10 pergamene su 17 sono di vitello

Studio UCD su Science Advances: 21 genomi antichi ricostruiti da pergamene e denti. Il rapporto 10-4-3 fra vitello, capra e pecora ribalta le attese.

Il vaiolo ovino, malattia con mortalità fino al 100% negli agnelli e morbidità tra il 75% e il 90% nelle greggi non immuni, circolava in Eurasia almeno dal 1700 a.C.. Lo dimostrano 21 genomi antichi ricostruiti da un gruppo internazionale guidato dall'University College Dublin, che ha estratto DNA da denti di pecora dell'età del Bronzo e da pergamene di manoscritti medievali europei. Lo studio, pubblicato il 4 settembre 2026 su Science Advances, studio sui genomi antichi del vaiolo ovino, sposta indietro di almeno 3.500 anni la prova genetica diretta di una delle malattie zootecniche più antiche documentate dalle fonti scritte.

Cosa dice davvero lo studio pubblicato su Science Advances

Il team, coordinato dal dottorando Louis L'Hôte e dal professor Kevin G. Daly della UCD School of Agriculture and Food Science, ha analizzato 39 reperti archeologici e codicologici distribuiti tra la steppa eurasiatica, la Gran Bretagna, la Francia, l'Austria e l'area del Reno superiore. Da questo insieme sono stati ricostruiti 21 genomi virali antichi, coprendo un arco temporale che va dall'età del Bronzo alla prima età moderna.

Fra i manoscritti positivi ci sono i York Gospels, prodotti probabilmente a Canterbury tra il 990 e il 1020, con tre folii che portano tracce di DNA del virus: due appartengono al codice originale, uno a un documento medievale aggiunto in seguito. Testati positivamente anche il Corpus Glossary (circa 800 d.C., considerato uno dei primi dizionari inglesi), una copia delle Epistole di San Paolo del 700 d.C. circa e un manoscritto dello *Speculum historiale* legato alla nota Mappa di Vinland.

Il paradosso del campione: 10 pergamene di vitello, solo 3 di pecora

Il dato più controintuitivo del lavoro riguarda la distribuzione dei reperti positivi. Su 17 pergamene in cui è stato rilevato il DNA del vaiolo ovino, 10 provengono da pelli di vitello, 4 da pelli di capra e appena 3 da pelli di pecora. Un virus considerato specifico degli ovini è stato quindi identificato in gran parte su supporti ricavati da altre specie.

Gli autori discutono due ipotesi opposte, senza sceglierne una in via definitiva. La prima è che si tratti di rari episodi di infezione cross-specie: i capripoxvirus, il gruppo cui appartiene SPPV, includono anche il vaiolo caprino e la lumpy skin disease dei bovini, e le linee principali si sono separate tra 11.500 e 3.700 anni fa. La seconda è che la contaminazione sia avvenuta durante la lavorazione, quando pelli di animali diversi venivano trattate negli stessi ambienti e con gli stessi strumenti. Discriminare fra le due spiegazioni richiederà campioni molto più numerosi, ma il rapporto 10-4-3 impone di rivedere l'idea che la pergamena sia un archivio biologico ordinato per specie.

Un salto di tremila anni fra fonti scritte e prova genetica

Le cronache agricole medievali di Inghilterra, Francia e Spagna citano epidemie di ovini definite *pockes* o *variola* solo a partire dal XIII secolo. La sequenza più antica ottenuta dallo studio proviene invece da un molare di pecora ritrovato in un insediamento dell'età del Bronzo nel Kazakhstan centrale, datato al radiocarbonio tra il 1875 e il 1645 a.C.. La differenza fra le due evidenze supera i tremila anni: il virus circolava molto prima che gli allevatori europei imparassero a riconoscerlo e a metterlo per iscritto.

Le varianti medievali ricostruite dal team, inoltre, appartengono a un ramo filogenetico oggi estinto, distinto dai ceppi moderni. Il vaiolo ovino che oggi la World Organisation for Animal Health classifica come malattia da notifica obbligatoria, e che è stato eradicato dall'Europa, non è geneticamente identico a quello che decimava le greggi anglosassoni e francesi mille anni fa. Il metodo apre un canale di ricerca comparabile per intento a quello che ha permesso di mappare la cromatina di dodici specie e studiare gli antichi virus endogeni: leggere il passato biologico dentro archivi che sembravano soltanto culturali.

Perché conta per didattica e ricerca

Biblioteche, archivi capitolari e collezioni codicologiche diventano potenziali giacimenti di dati epidemiologici animali. Per gli atenei con corsi di paleografia, storia medievale e scienze veterinarie si apre uno spazio di collaborazione interdisciplinare finora poco esplorato, che affianca l'analisi filologica a quella genomica. Il prossimo passo indicato dagli autori è aumentare il numero di campioni per capire se il rapporto 10-4-3 fra vitello, capra e pecora sia un artefatto della piccola serie o un segnale reale sulla circolazione del virus fra specie diverse.

Pubblicato il: 10 settembre 2026 alle ore 12:47