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Un quarto delle endemiche italiane è stato scoperto negli ultimi 20 anni

Uno studio della Società botanica italiana censisce 443 nuove endemiche 2005-2025. Il Mezzogiorno continentale resta la grande zona bianca.

Sono 443 le specie endemiche di piante spontanee descritte per la prima volta in Italia tra il 2005 e il 2025: un quarto di tutte le endemiche italiane conosciute è stato quindi identificato negli ultimi vent'anni. Il dato arriva dallo studio della Società botanica italiana pubblicato il 6 luglio 2026 sulla rivista Plant Biosystems - Springer.

Cosa emerge dalla mappa aggiornata della flora italiana

Il gruppo di ricerca coordinato da Gianniantonio Domina (Università di Palermo) ha analizzato 3.902 riferimenti floristici locali pubblicati nel ventennio, con il contributo di sei autori principali fra cui Lorenzo Peruzzi dell'Università di Pisa. Il totale delle nuove entità descritte è 453 specie e sottospecie, di cui 443 esclusive del territorio italiano. Il genere più rappresentato è Hieracium, con 147 nuovi taxa: quasi un terzo delle nuove entità appartiene a un solo genere.

Le regioni con più scoperte sono Abruzzo (74), Sicilia (69), Toscana (53) e Sardegna (51). Fra le entità più circoscritte, il Dente di leone di Montecristo (Leontodon montecristensis), descritto nel 2025 e presente solo sull'isola omonima; il Lino di Katia (Linum katiae), che cresce unicamente sul Monte Manfriana nel Pollino; l'Adonide del Fucino (Adonis fucensis), limitata a una piccola area del Monte Annamunna in Abruzzo.

Il paradosso: il Sud continentale resta la grande zona bianca

Lo studio introduce l'Indice di avanzamento della conoscenza floristica (IFA), che misura quanto della conoscenza potenziale di ogni regione è stato effettivamente raggiunto. L'Emilia-Romagna guida con IFA 0,81, seguita da Lombardia (0,60), Friuli-Venezia Giulia (0,54), Trentino-Alto Adige e Veneto (0,53). Nel Centro il Lazio arriva a 0,50 e la Sardegna a 0,45. Basilicata, Calabria, Molise, Campania e Puglia restano invece scarsamente esplorate.

La sproporzione non riflette una minore biodiversità del Mezzogiorno continentale. Il caso del Lino di Katia sul Pollino e altre scoperte calabresi dimostrano che dove si cerca, si trova. Il gap dipende dalla presenza di gruppi di ricerca botanica attivi sul territorio: dove esiste una scuola universitaria dedicata (Palermo per la Sicilia, L'Aquila per l'Abruzzo, Pisa per la Toscana) le scoperte si accumulano; dove non c'è, il territorio resta letteralmente non descritto. È lo stesso tipo di divario territoriale documentato dalla firma genetica dell'invecchiamento in Italia, dove il gap fra Nord e Sud tocca i 25 anni di salute effettiva.

Cosa significa per la tutela della biodiversità

L'Italia è il primo Paese europeo per numero di piante native, con 8.241 specie autoctone e 1.702 endemiche censite dal Portale della Flora d'Italia. Che 443 delle endemiche siano state descritte solo nell'ultimo ventennio significa che oltre un quarto della biodiversità vegetale esclusiva del Paese è entrata nella letteratura scientifica in tempi molto recenti, dopo essere sfuggita a due secoli di censimenti.

Il problema è concreto: ogni taxon endemico non ancora descritto è una specie invisibile ai piani di tutela. Senza un nome scientifico riconosciuto non entra nella Direttiva Habitat, non compare nelle liste rosse IUCN, non può essere oggetto di misure di conservazione mirate. Riprendere in mano vecchie collezioni e riesaminarle produce risultati concreti anche in altri ambiti scientifici: la paleoproteomica ha riscritto la storia di Homo naledi 335mila anni dopo usando le stesse ossa già note, e il pianeta GJ 504 b è stato ricaratterizzato 13 anni dopo la scoperta rileggendo dati archiviati. La flora italiana funziona allo stesso modo: gli erbari conservano campioni che aspettano solo di essere riesaminati con tecniche molecolari aggiornate.

Il prossimo passo, indicato dagli autori, è concentrare gli sforzi di ricerca sul Mezzogiorno continentale. Lo studio attribuisce il ritmo delle scoperte a quattro fattori: progetti scientifici coordinati, programmi di citizen science, sviluppo di database digitali e maggiore attenzione alla ricerca tassonomica. Nessuno di questi fattori è oggi distribuito in modo omogeneo lungo la penisola: quello che appare come un vuoto sulla carta è probabilmente il bacino con il maggiore potenziale di nuove endemiche per il prossimo decennio, a patto che le regioni meridionali continentali investano in gruppi di ricerca stabili.

Pubblicato il: 14 luglio 2026 alle ore 15:54