Quasi mezzo milione di stelle catalogate in una sola nebulosa, a 160mila anni luce da noi. Un nucleo galattico che gira a 90 gradi rispetto al disco che lo circonda. Centinaia di galassie prima invisibili, portate alla luce da un ammasso-lente che pesa 180mila miliardi di masse solari. Tra il 3 settembre e il 1° ottobre 2026 Esa e Nasa hanno pubblicato tre immagini di Hubble e Webb che raccontano la formazione stellare su tre scale cosmiche diverse.
La superbolla N44 e le sue 30mila stelle in culla
La prima immagine, firmata Hubble il 3 settembre, mostra la nebulosa LHA 120-N44 nella Grande Nube di Magellano. Al suo interno c'è una cavità di 210 per 140 anni luce, scavata nel tempo da venti stellari e supernove. Nel programma osservativo numero 14689, guidato da Dimitrios Gouliermis, Hubble ha catalogato quasi 500mila stelle: di queste, circa 30mila sono stelle di pre-sequenza principale, cioè oggetti che non hanno ancora acceso la fusione dell'idrogeno nel loro nucleo. Un censimento di questo tipo permette di leggere l'intero processo di nascita delle stelle, dal collasso delle nubi di gas freddo fino all'accensione termonucleare. Il bordo della superbolla ospita a sua volta nuove culle stellari, come la bolla minore N44F, modellata dai venti di una sola stella calda e massiccia.
NGC 4698 e la lente di MACS J0454.1-0300
La seconda immagine è il Picture of the Month Esa del 18 settembre: la galassia a spirale NGC 4698, a 55 milioni di anni luce nella costellazione della Vergine. È uno dei pochi casi noti di spirale in cui il rigonfiamento centrale si estende a 90 gradi rispetto al disco esterno. Al centro orbita un buco nero supermassiccio, probabilmente alimentato da un vecchio evento di fusione minore con un'altra galassia, come suggerisce una coda di idrogeno visibile su un lato. La terza immagine, resa pubblica il 1° ottobre, viene invece da Webb: l'ammasso di galassie MACS J0454.1-0300, visto com'era otto miliardi di anni fa. La sua gravità deforma e amplifica fino a 300 volte la luce di sorgenti sullo sfondo, al punto che Webb riesce a risolvere nodi larghi appena 5 anni luce dentro galassie osservate soli 2 miliardi di anni dopo il Big Bang. Una delle sorgenti amplificate risale addirittura a 800 milioni di anni dopo il Big Bang: l'infrarosso di Webb mostra qui centinaia di galassie assenti nelle osservazioni Hubble del 2014.
Cosa aggiungono queste tre scale lette insieme
Le tre immagini non sono una semplice vetrina estetica. N44 funziona da laboratorio di prossimità: una statistica densa su centinaia di migliaia di stelle permette di stimare quanto tempo passa tra il collasso del gas e l'avvio della fusione. NGC 4698 estende il discorso alle scale galattiche, perché mostra che la geometria stessa di una spirale dipende da quanto gas arriva dall'esterno e da come si incastra con il materiale già presente. MACS J0454.1-0300 sposta infine lo sguardo nell'universo primordiale: Webb vede galassie in fusione già attive a due miliardi di anni dopo il Big Bang, lo stesso periodo in cui la reionizzazione dell'universo stava riscrivendo le regole del gas intergalattico grazie proprio alle prime generazioni di stelle massicce.
Perché conta per studenti e ricercatori italiani
L'Italia è dentro queste tre immagini con il contributo scientifico dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, che partecipa a programmi Esa e Webb e gestisce l'analisi di dati come quelli dell'ammasso MACS J0454. Lo stesso ecosistema di atenei e consorzi pubblici che permette agli studenti italiani di portare in orbita esperimenti come l'acquario spaziale Scampi dei 51 ragazzi di tre atenei apre loro anche gli archivi di Hubble e Webb: una singola nebulosa come N44 permette di preparare tesi su tutta la vita delle stelle, dalla pre-sequenza principale fino ai residui di supernova come la pulsar J0435-3233 nel suo sistema triplo, passando per i venti stellari che scolpiscono le superbolle. I dati del programma 14689 e le mappe Webb di MACS J0454 restano pubblici e consultabili dagli archivi ESA/Hubble, aperti a laboratori didattici e progetti di dottorato senza accordi commerciali.
Il prossimo passo è previsto nei programmi Webb già approvati per il ciclo osservativo in corso: spettri infrarossi e amplificazione gravitazionale sulla stessa famiglia di bersagli puntano a spingere la vista fino al limite in cui si accese la prima generazione di stelle, un confine che fino a tre anni fa restava fuori portata.