* La fotografia di una generazione che non si fida * Sudditi, non cittadini: il peso delle parole * Il progetto Repeto e i numeri che parlano * Istituzioni regionali: il muro dell'indifferenza percepita * La scuola come laboratorio mancato di democrazia * Astensionismo giovanile: un problema che nasce prima delle urne
La fotografia di una generazione che non si fida {#la-fotografia-di-una-generazione-che-non-si-fida}
Tre studenti su quattro non si fidano delle istituzioni nazionali. Il dato, netto e senza sfumature, arriva da un'indagine condotta tra i liceali di Torino e restituisce l'immagine di una generazione che ha già voltato le spalle alla politica prima ancora di poter votare. Non si tratta di ribellione adolescenziale né di disinteresse generico: è qualcosa di più strutturale, più profondo. È una frattura che si forma nei corridoi delle scuole superiori, tra una lezione di educazione civica e l'assemblea d'istituto che nessuno prende sul serio.
La ricerca, condotta nell'ambito del progetto Repeto, mette nero su bianco ciò che molti insegnanti e osservatori percepiscono da tempo: la scuola italiana non riesce a essere il luogo dove si impara la cittadinanza attiva. Anzi, rischia di essere esattamente il contrario — lo spazio dove i ragazzi interiorizzano l'idea di non contare nulla.
Sudditi, non cittadini: il peso delle parole {#sudditi-non-cittadini-il-peso-delle-parole}
L'espressione che sintetizza i risultati dell'indagine è brutale nella sua efficacia: gli studenti si percepiscono come sudditi, non come cittadini. Una formula che evoca un rapporto verticale con il potere, privo di reciprocità. Non c'è dialogo, non c'è ascolto. C'è, semmai, una comunicazione a senso unico — dall'alto verso il basso — che i ragazzi avvertono tanto nelle istituzioni quanto, prima ancora, dentro le mura scolastiche.
Il dato più eloquente riguarda proprio la scuola: il punteggio medio di "voce" nelle decisioni scolastiche è 2,13 su 5. Poco più di un'insufficienza, per usare un linguaggio che quegli stessi studenti conoscono bene. Significa che la maggioranza dei liceali intervistati sente di non avere alcun peso reale nelle scelte che riguardano la propria esperienza formativa. Gli organi collegiali, le consulte studentesche, i rappresentanti d'istituto: meccanismi che sulla carta dovrebbero garantire partecipazione, ma che nella pratica quotidiana appaiono svuotati di significato.
Il progetto Repeto e i numeri che parlano {#il-progetto-repeto-e-i-numeri-che-parlano}
Il progetto Repeto non è un'iniziativa improvvisata. Lo scorso anno ha coinvolto oltre cinquemila studenti, un campione che consente di andare ben oltre l'aneddotica. I dati raccolti tra i liceali torinesi offrono una base empirica solida per discutere di un fenomeno — la sfiducia giovanile nelle istituzioni — che troppo spesso viene liquidato con generiche lamentele sulla "disaffezione dei giovani".
Qui i numeri raccontano una storia precisa:
* Il 75% degli studenti esprime bassa fiducia nelle istituzioni nazionali * Il 61% ritiene che le istituzioni regionali non prendano in considerazione i bisogni dei giovani * La percezione di poter influire sulle decisioni scolastiche si ferma a 2,13 su 5
Sono cifre che dovrebbero far riflettere non solo il mondo della scuola, ma l'intero sistema politico. Perché è tra quei banchi che si formano — o si deformano — le coscienze civiche di domani.
Istituzioni regionali: il muro dell'indifferenza percepita {#istituzioni-regionali-il-muro-dellindifferenza-percepita}
Se il rapporto con lo Stato appare compromesso, quello con le istituzioni più vicine non va molto meglio. Il 61% dei ragazzi intervistati è convinto che Regioni e enti locali non considerino i bisogni dei giovani. È un dato che colpisce, perché il livello regionale e comunale dovrebbe essere, almeno in teoria, quello più prossimo al cittadino, più capace di intercettare domande e restituire risposte concrete.
Invece, stando a quanto emerge dalla ricerca, anche la dimensione locale viene percepita come distante, autoreferenziale, impermeabile alle istanze delle nuove generazioni. I ragazzi non distinguono granché tra Roma e il capoluogo piemontese: il potere, qualunque forma assuma, parla una lingua che non li include.
Non è difficile intravedere, in questo atteggiamento, il seme dell'astensionismo che da anni caratterizza le tornate elettorali italiane, con percentuali di non voto in costante crescita soprattutto tra i più giovani.
La scuola come laboratorio mancato di democrazia {#la-scuola-come-laboratorio-mancato-di-democrazia}
C'è un paradosso che attraversa l'intero sistema scolastico italiano. Da un lato, l'educazione civica è tornata a essere materia trasversale e obbligatoria, con tanto di valutazione in pagella. Dall'altro, le strutture di partecipazione studentesca rimangono in larga parte rituali vuoti, esercizi formali che non producono nessun cambiamento reale nella vita scolastica.
I consigli d'istituto deliberano su questioni spesso marginali. Le assemblee studentesche si trasformano in ore buche mascherate. I rappresentanti vengono eletti con percentuali di partecipazione risibili. E intanto i ragazzi registrano, con una lucidità che forse gli adulti sottovalutano, lo scarto tra la retorica della partecipazione e la realtà di un sistema che funziona senza di loro.
Mentre il dibattito pubblico sulla scuola si concentra su questioni come le Prove Invalsi e le Indicazioni Nazionali o sull'introduzione di nuove tecnologie in classe, la dimensione della partecipazione studentesca resta ai margini dell'agenda. Eppure è proprio lì, nella qualità della relazione tra studenti e istituzione scolastica, che si gioca una partita decisiva per il futuro democratico del Paese.
Astensionismo giovanile: un problema che nasce prima delle urne {#astensionismo-giovanile-un-problema-che-nasce-prima-delle-urne}
Sarebbe un errore leggere questi dati come un problema esclusivamente scolastico. La sfiducia che matura tra i banchi di un liceo torinese è lo specchio di un fenomeno nazionale — e, per certi versi, europeo — che riguarda il rapporto tra democrazia rappresentativa e nuove generazioni.
Ma c'è una specificità italiana che non può essere ignorata. In un sistema dove la scuola è ancora il principale strumento di mobilità sociale e di formazione della coscienza civica, il fatto che proprio la scuola venga percepita come luogo di esclusione decisionale rappresenta un cortocircuito gravissimo. Se un sedicenne impara che la sua voce vale 2,13 su 5 quando si tratta di decidere qualcosa nella sua stessa scuola, perché dovrebbe credere che il suo voto conterà qualcosa a diciott'anni?
Il progetto Repeto ha il merito di quantificare un disagio che spesso rimane invisibile. Ora la domanda è cosa intenda fare la politica — nazionale e locale — con questi numeri. Perché i cinquemila ragazzi coinvolti nell'indagine non chiedono rivoluzioni. Chiedono, molto più semplicemente, di essere trattati da cittadini. E forse sarebbe il caso di cominciare ad ascoltarli.