Dal 1° gennaio al 28 aprile 2026, 171 satelliti Starlink sono bruciati rientrando nell'atmosfera: uno ogni 16 ore circa. Ogni rientro libera 30 kg di ossido di alluminio tra i 75 e i 110 km di quota, dove si trovano la stratosfera e la mesosfera - gli strati che ci proteggono dalle radiazioni ultraviolette.
Cinque tonnellate di alluminio in quattro mesi
Il modello di business di SpaceX prevede il ricambio continuo dei satelliti: quelli obsoleti vengono fatti rientrare deliberatamente per fare spazio alle versioni aggiornate. Il risultato è che, solo nei primi quattro mesi del 2026, sono state immesse nell'alta atmosfera oltre 5 tonnellate di ossido di alluminio - più di cinquemila chilogrammi di particolato metallico che non dovrebbe trovarsi a quelle quote.
Per dare un riferimento: i meteoroidi naturali depositano tra le 40 e le 58 tonnellate di ossidi di alluminio all'anno. Al ritmo attuale, Starlink già contribuisce per il 26-39% di quel totale naturale. SpaceWeather.com, che monitora i rientri orbitali da anni, definisce la situazione un "gigantesco esperimento chimico atmosferico incontrollato".
Gli ossidi di alluminio sono aumentati di 8 volte tra il 2016 e il 2022, secondo lo studio pubblicato su Geophysical Research Letters da ricercatori dell'Università della California meridionale (USC). La traiettoria di accumulo non mostra segnali di rallentamento.
Non solo Starlink: la corsa globale accelera
Il problema riguarda Starlink, ma non si esaurisce con Starlink. SpaceX ha 7.800 satelliti attivi e la licenza per lanciarne fino a 42.000. Accanto a lei, la Cina sta sviluppando Guowang, la propria mega-costellazione con quasi 13.000 satelliti pianificati. Amazon Leo (ex Kuiper) ha ottenuto l'autorizzazione per 3.236 unità in LEO. OneWeb ne conta già 650 operative. Le costellazioni cinesi Honghu-3 e G60 aggiungono migliaia di unità al conteggio totale.
Le stime indicano che tra le 15.000 e le 18.000 unità saranno in orbita bassa entro la fine del 2026. Tutte con una vita operativa media di circa cinque anni. Tutte destinate a bruciare al rientro, rilasciando la propria quota di ossidi metallici nell'alta atmosfera.
A piena capacità di tutte le mega-costellazioni pianificate, la quantità di ossido di alluminio immessa artificialmente raggiungerebbe le 360 tonnellate all'anno secondo lo studio USC su Geophysical Research Letters: un +646% rispetto ai livelli naturali. Non è una proiezione pessimistica: è il calcolo diretto basato sui piani di lancio già depositati presso la FCC e le autorità di regolazione spaziale.
L'ozono rischia di pagare il conto
Gli ossidi di alluminio non attaccano direttamente l'ozono, ma innescano reazioni chimiche a catena che coinvolgono il cloro presente nella stratosfera. Il cloro liberato distrugge le molecole di O3 senza essere consumato nel processo, producendo una degradazione progressiva dello strato che ci protegge dalle radiazioni UV-B.
Il dato più critico è la persistenza: a differenza dei CFC banditi dal Protocollo di Montreal del 1987, gli ossidi di alluminio non vengono consumati nelle reazioni che catalizzano. Possono continuare a distruggere ozono per decenni mentre scendono lentamente attraverso la stratosfera. Le missioni spaziali possono fallire in modi inattesi - come nel caso dei satelliti Lunar Trailblazer e Odin che hanno perso i contatti dopo il lancio - ma il modello commerciale LEO punta sull'obsolescenza programmata. Il satellite funziona, rientra, inquina.
L'impatto tocca anche l'osservazione astronomica. Le galassie ultra-diffuse scoperte dall'INAF sono tra gli oggetti più difficili da studiare proprio nelle bande ottiche più colpite dal riflesso dei satelliti in transito: il proliferare delle mega-costellazioni rende sempre più rare le finestre di osservazione pulita che ricerche di questo tipo richiedono.
Il Protocollo di Montreal del 1987 ha impiegato quasi 40 anni per produrre risultati misurabili nel recupero dello strato di ozono. Per i rientri orbitali non esiste ancora un tavolo di negoziazione formale tra le potenze spaziali.