Diciotto crani su 46 analizzati nelle sepolture della Prima Dinastia egizia mostrano fratture compatibili con colpi mortali inferti al momento della morte. È il risultato dello studio su Frontiers in Environmental Archaeology pubblicato il 5 ottobre 2026 dall'archeologa Roselyn Campbell della Purdue University.
Che cosa ha trovato lo studio
Il campione viene dalla Duckworth Collection dell'Università di Cambridge, dove i resti erano conservati da oltre un secolo. Sono crani raccolti negli scavi di Flinders Petrie ad Abido, nell'Alto Egitto, dove intorno al 3000 a.C. i sovrani della Prima Dinastia costruirono i propri complessi funerari con centinaia di tombe sussidiarie disposte in file ordinate. Campbell ha riesaminato ciascun cranio con tecniche di bioarcheologia forense e ha identificato in 18 casi fratture lineari delle ossa parietali, insieme a lesioni da taglio localizzate, incluso un colpo penetrante all'altezza di un occhio. Secondo l'autrice questo tipo di trauma avrebbe provocato perdita di coscienza rapida, emorragia interna e morte in pochi minuti. La datazione dei complessi funerari li colloca circa cinquecento anni prima della Grande Piramide di Giza, in una fase in cui lo Stato unificato egizio si stava costruendo.
Perché la lettura cambia dopo cento anni
Il valore della ricerca non sta nei resti, ma nel metodo con cui sono stati guardati. Petrie e i suoi collaboratori, agli inizi del Novecento, descrissero già la disposizione delle tombe sussidiarie attorno ai complessi dei re della Prima Dinastia e sospettarono che si trattasse di sepolture simultanee. Mancava però il modo per distinguere un trauma inferto al momento della morte da danni accumulati dopo l'inumazione, dai crolli delle camere o dalla manipolazione degli stessi scavatori. La bioarcheologia forense contemporanea permette ora di leggere la forma delle fratture, la direzione delle linee di rottura e la risposta biologica dell'osso vivo nel momento del colpo. Il 39% di crani con lesioni compatibili con un colpo mortale è una percentuale elevata, superiore a quella documentata in contesti funerari ordinari dell'età del Bronzo. Il dato dà sostanza materiale all'ipotesi del sacrificio di accompagnamento, finora appoggiata soprattutto su indizi testuali e iconografici: servitori e funzionari di corte uccisi per restare al servizio del sovrano nell'aldilà. È anche la dimostrazione che una collezione ottocentesca può continuare a produrre scoperte senza aprire un nuovo scavo. Lo stesso meccanismo si vede altrove in archeologia, dove a Tiro gli strati più antichi tornano accessibili ai sub grazie a tecniche di scavo subacqueo più prudenti: le ossa, come la pietra, parlano quando qualcuno torna a interrogarle con strumenti nuovi.
Che cosa aspettarsi adesso
Lo studio apre due direzioni concrete. Primo, nei musei europei esistono migliaia di crani di provenienza egiziana raccolti tra fine Ottocento e primi Novecento e mai riletti con metodi forensi: le collezioni della Duckworth, del Museo Egizio di Torino e del British Museum possono generare ricerche analoghe senza nuove campagne di scavo. Secondo, i limiti dichiarati dall'autrice indicano la direzione dei lavori futuri: resti incompleti, parte degli scheletri riseppellita dopo gli scavi ottocenteschi, assenza di un'analisi sistematica del DNA. I prossimi passi riguarderanno datazioni al radiocarbonio puntuali per confermare la contemporaneità delle sepolture, analisi isotopiche per ricostruire la provenienza geografica delle vittime e sequenziamento genetico per capire se tra i sacrificati prevalessero legami di parentela o di servizio. Un cranio datato tra il 2687 e il 2345 a.C., più tardo rispetto alla Prima Dinastia, mostra già quanto il campione sia eterogeneo e quanto resti ancora da verificare. Il meccanismo di riaprire i cassetti per rileggere dati vecchi con strumenti nuovi vale per molte discipline: dalla psicologia dello sviluppo, dove nuovi studi ricostruiscono come si impara a leggere le emozioni a partire dai primissimi anni di vita, fino all'astrofisica delle simulazioni cosmologiche, dove il modello Megatron collega le prime stelle alle galassie nane più povere di ferro.
Le sepolture di Abido escono così dal regno dell'ipotesi testuale e tornano al laboratorio. Il prossimo passo è capire chi fossero davvero le vittime, se parenti, servi o prigionieri, e se seguirono il sovrano per scelta o per imposizione.