A circa 33 ore dalla nascita una neonata guarda un volto umano in media per il 58,5% del tempo, un neonato per il 51,2%. La forbice vale 7 punti percentuali ed è il risultato di uno studio dell'Università di Cambridge su 130 bebè, appena pubblicato su Biology of Sex Differences.
Neonati e volti: cosa ha misurato Cambridge
Il gruppo guidato da Yumnah Khan e Carrie Allison, dell'Autism Research Centre di Cambridge, ha mostrato a 67 maschi e 63 femmine due video affiancati: un volto umano in movimento naturale e una Newton's cradle, le classiche sfere metalliche oscillanti. Chi analizzava lo sguardo dei bebè non sapeva se stesse osservando un maschio o una femmina, né quale lato dello schermo mostrasse il volto. L'età media al test era di 33 ore, un intervallo in cui l'esperienza del mondo si misura ancora in minuti. Tutti i bebè, in media, hanno preferito il volto: la differenza misurata riguarda la proporzione di tempo dedicata ai due stimoli, non una preferenza assoluta.
Una replica a 26 anni di distanza
Il risultato suona nuovo ma non lo è: nel 2000 un altro gruppo di Cambridge aveva descritto la stessa tendenza, con un campione piccolo, un volto dal vivo e nessun protocollo cieco. Da allora nessun altro laboratorio era riuscito a replicarlo e il dato era rimasto citato più per inerzia che per solidità. La versione 2026 rimedia a quei limiti: campione doppio, stimoli standardizzati su video, osservatori ciechi al sesso del bebè e al lato dello schermo. Il salto è metodologico prima che quantitativo.
La forbice del 58,5% contro il 51,2% è statisticamente significativa, ma solo quando si misura la proporzione del tempo di sguardo fra volto e sfere; se si guarda il tempo totale passato a fissare il volto, maschi e femmine non si distinguono in modo robusto. Un dettaglio che pochi titoli hanno riportato e che gli stessi autori mettono in evidenza nel comunicato dell'Università di Cambridge sullo studio.
Cosa dice (e cosa non dice) il 7%
Carrie Allison lo scrive esplicitamente: le differenze «non riguardano tutti i maschi o tutte le femmine, ma emergono solo confrontando, in media, gruppi». La variabilità dentro ciascun sesso è ampia e le due distribuzioni si sovrappongono molto. Un divario di 7 punti percentuali su un campione di 130 è un risultato pulito ma modesto: nessun osservatore potrebbe guardare un singolo bebè e indovinarne il sesso dal tempo che passa su un volto. Gli autori collegano il risultato a differenze ormonali prenatali, al testosterone fetale soprattutto, e a fattori genetici che si combinano con l'esperienza postnatale, dove «natura e cultura» viaggiano insieme, non in alternativa. È una frase cauta, calibrata, e si legge raramente nelle cronache che hanno ripreso la notizia.
La posta in gioco: autismo e titoli facili
La ragione pratica dietro lo studio è l'autismo, diagnosticato circa il doppio nei maschi: capire se la minore attenzione sociale già descritta nei bambini maschi è presente alla nascita può aiutare a interpretare un tratto considerato centrale dei disturbi dello spettro, ossia l'attenzione ridotta allo stimolo sociale. L'ipotesi, non nuova, è che il testosterone fetale orienti già nel grembo lo sviluppo di circuiti cerebrali che poi reagiscono in modo diverso ai volti rispetto agli oggetti. Usare però un dato di gruppo per raccontare singole bambine «già più attente» o singoli bambini «già più distratti» è il salto che gli stessi autori non fanno e che la cronaca scivola fin troppo facilmente a suggerire. Il prossimo passo del laboratorio di Cambridge è seguire quei 130 bebè nel tempo e verificare se le proporzioni misurate a 33 ore prevedono qualcosa delle traiettorie sociali successive, in particolare chi riceverà una diagnosi di autismo. Per ora, l'unico dato solido è un 7%: molto meno di quanto un titolo lascerebbe credere e molto più di quanto il lavoro del 2000 era riuscito a dimostrare in modo convincente.