Tra il 2019 e il 2020 i fiumi dell'Alaska nord-occidentale hanno virato al color ruggine, con concentrazioni di zinco fino a 70 volte superiori alla norma e pH scesi fino a 2,5. Lo documenta uno studio dell'Università della California a Davis pubblicato su AGU Advances.
I numeri dell'Alaska
L'analisi, guidata da Taylor Evinger, ha riguardato sei bacini idrografici dell'Alaska nord-occidentale. Tra il 2019 e il 2020, in corrispondenza di inverni insolitamente caldi e nevosi, le concentrazioni di solfato nei fiumi sono salite fino al 263% e quelle di zinco fino a oltre il 700%, con più di 200 corsi d'acqua interessati. Nei campioni compaiono anche valori molto elevati di ferro, alluminio, nichel e cadmio.
Il meccanismo è noto in geochimica: il disgelo del permafrost espone all'aria e all'acqua minerali solforati rimasti intrappolati nel terreno gelato. Le reazioni di ossidazione acidificano le acque e mobilizzano i metalli pesanti. Secondo i ricercatori la contaminazione può viaggiare per oltre 100 chilometri a valle, con rischi per gli ecosistemi fluviali e per le comunità rurali che usano quelle acque.
Il fenomeno riguarda anche le Alpi italiane
Il problema non è lontano. In Italia strati di suolo perennemente ghiacciato sono presenti in modo discontinuo sopra i 2.300-2.500 metri di quota e in modo continuo oltre i 3.000 metri, soprattutto sulle Alpi occidentali. Il CNR-IRPI studia da anni il bacino glaciale della Bessanese, nelle Alpi Graie in provincia di Torino: un'area sperimentale di circa 6 km² che si sviluppa tra 2.580 e 3.601 metri di quota, con una stazione meteorologica automatica attiva dal 1988.
In parallelo ARPA Piemonte e ARPA Valle d'Aosta monitorano la temperatura del suolo con sensori profondi tra le Cime Bianche in Valtournenche, il Rocciamelone e il massiccio del Monte Rosa. Le reti alpine fanno parte di programmi europei di lungo periodo e del network internazionale GTN-P, che raccoglie serie di dati omogenee da oltre vent'anni. Il quadro osservato è coerente con il meccanismo documentato in Alaska: dove il permafrost si assottiglia, l'acqua di fusione entra in contatto con minerali solforati e con ossidi che prima restavano confinati nel ghiaccio. Ne derivano un'acidificazione delle acque e il rilascio di metalli pesanti nei torrenti d'alta quota, con conseguenze potenziali per la qualità delle acque che alimentano gli acquedotti di valle. La differenza rispetto all'Alaska è la scala, non il meccanismo.
Dalla ricerca alle aule: cosa cambia per scuole e università
Per chi insegna scienze della Terra, geografia o chimica, il tema è un ponte diretto tra laboratorio, territorio e cambiamento climatico. I dati di temperatura del permafrost raccolti dalle ARPA alpine sono pubblici e aggiornati: possono entrare nelle lezioni di geologia, nei progetti di educazione civica ambientale e nei curricoli degli istituti tecnici agrari, per il turismo di montagna e per i servizi culturali del territorio.
All'università i dottorati italiani in geoscienze e scienze ambientali, da Milano Bicocca a Padova, Torino e Bolzano, hanno linee di ricerca attive sul tema. Lo stesso tessuto accademico produce risultati di frontiera anche altrove, come nel test della gravità di Einstein in regime quantistico firmato da Roger Penrose. La presenza italiana nell'Artico passa dalla stazione CNR Dirigibile Italia alle Svalbard, protagonista della recente campagna osservativa legata all'eclissi solare del 12 agosto 2026. Serie storiche di oltre trent'anni, come quella della Bessanese o il modello con cui l'INGV ha ricostruito 160 anni di attività dell'Etna, sono quelle che permettono di distinguere il segnale del cambiamento climatico dal rumore della variabilità naturale.
Il prossimo giro di campagne di misura sulle Alpi italiane è previsto per la stagione fredda 2026-2027: i nuovi dati andranno a sommarsi a una serie storica di oltre trent'anni, utile a capire se stia emergendo in Italia lo stesso segnale documentato in Alaska.