Il 95% degli hotspot della rete sotterranea di funghi micorrizici si trova fuori dalle aree protette del pianeta. È il dato che emerge dalla prima mappa mondiale dei filamenti di funghi, pubblicata l'11 giugno 2026 sulla rivista Studio Science sulla rete fungina globale da un team coordinato dalla Vrije Universiteit Amsterdam, dall'Istituto Amolf e dalla rete internazionale SPUN.
Una rete viva lunga 110 quadrilioni di chilometri
La ricerca, firmata da Justin Stewart e Corentin Bisot, ha analizzato oltre 16.000 campioni di suolo raccolti in tutto il mondo, integrandoli con modelli di intelligenza artificiale calibrati su 300.000 immagini di ife coltivate in laboratorio. Le ife sono i filamenti microscopici che i funghi micorrizici intrecciano nel sottosuolo per scambiare nutrienti con le radici delle piante: un meccanismo simbiotico che coinvolge circa il 70% delle specie vegetali terrestri.
Il risultato della mappatura è una stima senza precedenti: la rete dei funghi arbuscolari si estende per circa 110 quadrilioni di chilometri, pari a un miliardo di volte la distanza Terra-Sole, l'unità di misura che gli astronomi usano per descrivere il Sistema Solare e che torna utile anche per studiare l'influenza solare sulle dinamiche terrestri. La massa di carbonio contenuta in questi filamenti pesa fra 4 e 6 volte tutta l'umanità vivente, circa 300 megatonnellate. Ogni anno la rete trasporta nel sottosuolo 4 miliardi di tonnellate di CO2, pari all'11% delle emissioni prodotte dalle attività umane. Secondo Stewart, in un solo cucchiaino di suolo possono concentrarsi fino a 10 metri di filamenti.
Il 95% degli hotspot di biodiversità resta scoperto
Il dato più scomodo del paper riguarda la conservazione. Il 40% della biomassa fungina globale si concentra in poche praterie: quelle inondate del Sud Sudan, le Everglades della Florida e l'altopiano tibetano. Eppure il 95% dei punti caldi che ospitano la maggiore diversità di funghi micorrizici resta oggi al di fuori dei perimetri tutelati dalle convenzioni internazionali, come spiegano i ricercatori nel comunicato dell'Istituto Amolf di Amsterdam.
Dove la pressione umana è alta le reti sopravvivono ma con densità molto ridotte. Nei suoli coltivati intensivamente la concentrazione di micelio è in media la metà rispetto a quella degli ecosistemi selvatici: un calo del 50% che comprime la capacità del suolo di immagazzinare carbonio, riciclare fosforo e azoto, resistere a siccità e patogeni. Gli autori parlano di un'infrastruttura invisibile che sostiene la biosfera senza ricevere alcuna protezione formale, e suggeriscono di aggiornare le mappe delle aree tutelate inserendo criteri specifici per il sottosuolo. La rete SPUN, che ha coordinato la raccolta dei campioni, propone di trattare gli hotspot fungini come ecosistemi sotterranei meritevoli di tutela autonoma, alla stregua delle foreste primarie o delle barriere coralline.
Cosa cambia per la scuola e per l'agricoltura
Per studenti e docenti il risultato è una notizia in due tempi. Da un lato la mappa dimostra che il sottosuolo è un'infrastruttura biologica continua, paragonabile per estensione alle distanze interplanetarie usate nelle ricerche sul Sole, come il programma di osservazione del Sole dall'Antartide. Dall'altro mostra che la sua tutela giuridica è quasi inesistente, nonostante la storia della Terra sia scandita anche da eventi che hanno trasformato la chimica del suolo, come il recente ritrovamento del più antico cratere da impatto del pianeta.
Il messaggio è concreto anche per il mondo agricolo: il dimezzamento della rete fungina osservato nei campi può tradursi in suoli meno fertili, più dipendenti dai concimi chimici e più vulnerabili agli eventi estremi. Diversificare le colture, ridurre l'aratura profonda e proteggere le praterie residue diventa, alla luce di questi numeri, una scelta che ha effetti misurabili sul ciclo globale del carbonio.
La mappa di Stewart e Bisot offre per la prima volta una base quantitativa per orientare scelte di tutela mirate. La prossima sfida è politica: capire se i governi accetteranno di proteggere ciò che non si vede.