Le università devono trasformare la ricerca in prodotti industriali: lo ha dichiarato il ministro indonesiano dell'istruzione superiore Brian Yuliarto a Jakarta. Il tema non riguarda solo l'Indonesia. In Italia, gli atenei hanno depositato 594 domande di brevetto nel 2025, il 25% in più rispetto all'anno precedente. L'investimento complessivo in ricerca e sviluppo, però, rimane all'1,37% del PIL: la metà esatta della media OCSE, ferma al 2,8%. È la cifra che racchiude il paradosso del sistema italiano: crescita e stagnazione insieme.
La chiamata globale: università che generano economia
Yuliarto ha dichiarato che "i Paesi in grado di sostenere la ricerca fino alla commercializzazione industriale sono quelli che plasmeranno l'economia futura". L'appello traccia un modello preciso: partnership università-industria non come optional, ma come asse portante dello sviluppo nazionale. Lo stesso dibattito attraversa da anni le università italiane, senza una risposta ancora strutturale.
Secondo i dati ISTAT del settembre 2025, la spesa in ricerca e sviluppo ha raggiunto 29,4 miliardi di euro nel 2023, in crescita del 7,7% rispetto al 2022. Le università hanno registrato il secondo incremento più alto tra i settori istituzionali: +9,9%. L'intensità sul PIL è rimasta però all'1,37%, invariata rispetto al 2022, perché anche la base economica è cresciuta. La media OCSE si attesta al 2,8%: un divario di 1,43 punti percentuali che equivale a quasi un raddoppio della spesa attuale. Rapporto ISTAT sulla ricerca e sviluppo 2023-2025
594 brevetti universitari nel 2025: il progresso e il limite
Il Report brevetti 2025 del Ministero delle Imprese certifica un cambio di passo: le università e gli enti di ricerca hanno presentato 594 domande di brevetto, il 25% in più rispetto al 2024. Il totale delle domande italiane ha raggiunto 11.996, con un balzo del 18,2%. La riforma dell'articolo 65 del Codice di Proprietà Industriale, che ha eliminato il cosiddetto "professor privilege" centralizzando la titolarità delle invenzioni in capo agli atenei, è uno dei fattori chiave riportati nel Report brevetti 2025 del Ministero delle Imprese.
Restano però le asimmetrie strutturali. Oltre l'80% della spesa privata in ricerca e sviluppo è sostenuta da imprese multinazionali, sia nazionali che estere. Le piccole imprese, che costituiscono la base del tessuto produttivo italiano, hanno ridotto la spesa in R&S del 2,3% nel 2023. Gli uffici di trasferimento tecnologico (UTT) degli atenei, incaricati di portare i brevetti alle imprese tramite licenze e spin-off, hanno ricevuto dal Ministero delle Imprese risorse per 6,5 milioni di euro nel 2025.
Cosa cambia per la ricerca universitaria italiana
I segnali positivi non mancano. La spesa nelle istituzioni pubbliche è cresciuta del 14,5% nel 2023, il risultato più alto tra tutti i settori istituzionali. Per il 2025, le imprese hanno programmato un aumento del 4% della propria spesa in ricerca e sviluppo. Il bando PRIN 2026 ha messo a disposizione 260 milioni di euro per progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale, con domande aperte dal 17 aprile. Il fondo è parte del Piano Triennale per la Ricerca 2026-2028 del MUR.
La quota di ricerca finanziata direttamente dalle imprese resta allo 0,80% del PIL. Nelle economie che hanno già compiuto la transizione verso l'università imprenditoriale, la collaborazione non dipende da bandi: è integrata nei dottorati industriali, negli spin-off con partecipazione aziendale, nelle cattedre finanziate dal settore privato. Yuliarto ha indicato esattamente questa direzione per l'Indonesia. Per l'Italia, il percorso è avviato: i 594 brevetti universitari del 2025 ne sono la prova. Il divario con la media OCSE, però, non si chiude con la traiettoria attuale.
Colmare 1,43 punti di PIL richiede scelte politiche sull'arco di un decennio. La domanda che il caso indonesiano rimette sul tavolo è concreta: quanti di quei 594 brevetti universitari diventeranno prodotti sul mercato nei prossimi cinque anni?