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L'avversione europea agli insetti ha radici genetiche da 9.000 anni

Studio Science Advances su 745 reperti: in Europa l’avversione agli insetti è scritta nei geni CHIA da 9.000 anni. E l’UE ne ha già autorizzati 5.

Quasi un quarto dell’umanità mangia insetti ogni giorno, ma in Europa la diffidenza verso grilli e larve non è una bizzarria recente. Lo dimostra un’analisi di 745 reperti dentali pubblicata su Science Advances, che spinge le radici dell’avversione fino a 33.000 anni fa.

Lo studio del CSIC che scava nel tartaro

Il gruppo guidato da Pablo Librado e Manuel Piñero dell’Istituto di Biologia Evolutiva di Barcellona (IBE-CSIC-UPF) ha applicato uno screening metagenomico sul tartaro dentale di 745 individui antichi, in un arco temporale che arriva fino a 33.000 anni fa. Il tartaro conserva tracce di DNA dei cibi consumati abitualmente, quindi funziona come un archivio biologico della dieta.

I dati raccolti dal team, ora descritti nello Studio IBE su Science Advances, mostrano che gli europei consumavano insetti molto meno dei Neanderthal, dei gorilla e degli scimpanzé occidentali. Nelle popolazioni delle regioni tropicali la quota saliva sensibilmente, mentre tra i cacciatori-raccoglitori siberiani di 45.000 anni fa e tra i primi agricoltori dell’Anatolia di 9.000 anni fa i livelli restavano bassissimi. Il quadro vale per tutto l’arco eurasiatico settentrionale: in Europa, in Asia centrale e in Estremo Oriente l’entomofagia era già marginale prima ancora che l’agricoltura prendesse piede.

La barriera genetica: CHIA e CTBS contro la chitina

L’osservazione più stringente del lavoro non riguarda la cucina ma la genetica. Confrontando i genomi antichi e moderni delle stesse popolazioni, i ricercatori hanno identificato mutazioni che riducono l’attività di due enzimi chiave per digerire la chitina, la cuticola rigida che riveste gli insetti: la chitinasi acida codificata dal gene CHIA e la chitobiasi codificata dal gene CTBS.

Queste varianti sono diffuse negli eurasiatici settentrionali e molto più rare nelle popolazioni tropicali. Soprattutto, persistono da almeno 9.000 anni, quindi non sono il prodotto di un tabù culturale del Novecento. Tradotto: il rifiuto del grillo nel piatto non nasce con la modernità urbana, è il risultato di una selezione genetica che ha accompagnato chi viveva alle latitudini più fredde, dove gli insetti commestibili scarseggiavano e la pressione evolutiva non premiava chi spendeva enzimi per digerirne il guscio.

I Neanderthal, al contrario, presentano nel tartaro un’abbondanza di DNA d’insetto paragonabile a quella degli scimpanzé. La stessa specie umana, quindi, ha avuto destini biologici diversi sul tema in base a dove ha vissuto. È un dato che ribalta la lettura tradizionale: la diffidenza europea verso il barattolo di grilli essiccati non è capriccio di palato, è una traccia di selezione naturale che ha lavorato per millenni sui geni del metabolismo.

Il paradosso: l’UE autorizza già cinque insetti novel food

Mentre la genetica racconta nove millenni di rifiuto, l’Unione Europea procede in direzione opposta. Sul Portale Novel Food della Commissione europea figurano cinque varianti di insetti autorizzate sotto il regolamento (UE) 2015/2283: la larva di Tenebrio molitor (giallo della farina), la cavalletta migratoria Locusta migratoria, il grillo domestico Acheta domesticus, il verme Alphitobius diaperinus e la polvere di larve di Tenebrio molitor trattate con UV, autorizzata a gennaio 2025.

L’Italia ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale a dicembre 2024 i quattro decreti interministeriali del 6 aprile 2023, che impongono etichettatura specifica con specie di insetto e Paese d’origine nel campo visivo principale e scaffali dedicati nei punti vendita. La FAO già nel 2013 stimava in circa due miliardi le persone che consumano insetti nel mondo, e la politica alimentare europea conta su questa fonte proteica per ragioni di sostenibilità. Il punto, alla luce dello studio di Barcellona, è che il consumatore europeo medio porta con sé un corredo genetico che lo predispone a respingerli.

Capire che l’avversione affonda nella biologia, e non nella moda, cambia la posta in gioco. Le campagne che presentano l’entomofagia come un semplice esercizio di apertura mentale rischiano di sottovalutare una resistenza scolpita nel DNA da nove millenni. È una distanza tipica di altre frontiere della ricerca dove i tempi del laboratorio non coincidono con quelli dell’accettazione: vale per il quantum computing che Microsoft promette di portare al mercato, per l’asfalto autoriparante sperimentato con l’AI di Google e per le missioni che spingono i robot oltre la Terra, come il lander Blue Ghost arrivato sulla Luna.

Pubblicato il: 30 giugno 2026 alle ore 16:06