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Il meccanismo del palo del barbiere spiega le ali delle farfalle

Nature pubblica lo studio Exeter-Essex sul 'motion dazzle': 400 specie, 50mila pattern e 1.000 fps dimostrano come le farfalle ingannano i predatori.

Il volo apparentemente erratico delle farfalle non è un difetto di aerodinamica: è un'arma. Lo dimostra uno studio pubblicato il 30 settembre 2026 su Nature dai gruppi dell'Università di Exeter e dell'Università di Essex, che fornisce la prima prova empirica solida di un'ipotesi inseguita dai biologi evoluzionisti da oltre un secolo.

La ricerca su 400 specie europee

Il team coordinato da George Hancock e Jolyon Troscianko ha analizzato le livree di circa 400 specie di farfalle europee e filmato il loro decollo con una telecamera ad alta velocità oltre i 1.000 fotogrammi al secondo, così da ricostruire come appaiono i pattern agli occhi di un uccello. Un algoritmo evolutivo ha poi fatto emergere 50.000 disegni di ali tra miliardi di combinazioni possibili, selezionando quelli capaci di generare la maggiore confusione visiva. In parallelo, un centinaio di volontari ha affrontato una caccia virtuale su touchscreen: gli umani sbagliano direzione e velocità proprio quando il bersaglio ha strisce e punti simili a quelli selezionati dall'evoluzione. Il lavoro, finanziato dal Biotechnology and Biological Sciences Research Council britannico, è illustrato nel comunicato ufficiale dell'Università di Exeter.

Il meccanismo del palo del barbiere

L'inganno funziona come l'illusione ottica del barber pole, il palo rotante del barbiere: le strisce verticali sembrano salire verso l'alto, anche se il cilindro ruota soltanto su sé stesso. Le ali di farfalla si deformano in volo, si uniscono nella risalita e si separano nella discesa, così le strisce cambiano angolo a ogni battito e il sistema visivo del predatore riceve segnali di moto falsi mentre perde quello vero. La curiosità storica è che l'uomo aveva intuito e replicato questo trucco molto prima di dimostrarlo in natura. Nel 1917 il pittore ufficiale Norman Wilkinson propose alla Royal Navy la dazzle camouflage, geometrie spezzate dipinte sulle fiancate per confondere i comandanti degli U-boat sulla rotta e sulla velocità delle navi: tra il 1917 e il 1918 oltre 4.000 mercantili britannici e circa 400 unità militari furono verniciati così. Lo zoologo John Graham Kerr aveva proposto la stessa idea già nel 1914, ispirandosi a zebre, giraffe e giaguari, ma l'Ammiragliato l'aveva ignorato. L'ipotesi del motion dazzle biologico è rimasta sulla carta per quasi un secolo, finché nel 2011 Nicholas Scott-Samuel l'ha verificata in laboratorio sugli umani. Il lavoro di Exeter ed Essex ne porta ora la prima dimostrazione sul campo.

Perché conta per biologia e visione artificiale

Il risultato pesa oltre la lepidotterologia. Finora la motion dazzle hypothesis era sostenuta da intuizioni teoriche e simulazioni frammentarie, mentre mancava la combinazione di dati filmati, test comportamentali e algoritmi evolutivi applicata a un corpus così ampio di specie reali. Per la biologia evoluzionistica si aggiorna il capitolo sui pattern di zebre, serpenti e lucertole, finora catalogati come esempi solo sospetti. Per la ricerca sulla visione artificiale si apre un banco di prova nuovo: i sistemi di tracking usati nei veicoli autonomi e nella videosorveglianza faticano sugli stessi segnali che ingannano uccelli e volontari, e i 50.000 pattern selezionati dagli autori sono già un dataset di pattern avversariali naturali.

Il contesto italiano della ricerca di base

Lo studio britannico arriva mentre la scienza italiana vive giorni di visibilità raramente così intensi. Negli stessi giorni Stoccolma ha annunciato i tre Nobel per la medicina 2026, in Sardegna si attende per il 2027 il verdetto che potrebbe assegnare al sito di Sos Enattos l'Einstein Telescope da 1,3 miliardi di euro e il Vaticano ha ricevuto in udienza Papa Leone XIV con la ministra Bernini e i 16 enti pubblici di ricerca. Lavori come questo mostrano cosa riesce a produrre la biologia di base quando riceve finanziamenti stabili e pluriennali.

Il prossimo passo degli autori è verificare se la selezione naturale favorisca davvero le specie con livrea dazzle nelle aree a più alta pressione predatoria, incrociando i dati di campo con la mappa dei biomi europei.

Pubblicato il: 5 ottobre 2026 alle ore 15:13