Dodici genomi recuperati da ossa, denti e cuccioli congelati nel permafrost, distribuiti su oltre 100.000 anni: tanto e' bastato a un team coordinato dal Centro per la Paleogenetica di Stoccolma per riscrivere la storia del leone delle caverne. Lo studio pubblicato su Cell il 3 giugno 2026 fissa la separazione dal leone moderno a 1,5 milioni di anni fa, molto prima di quanto le stime morfologiche suggerissero.
Cosa dice lo studio del Centre for Palaeogenetics
Il gruppo guidato da David Stanton, della Cardiff University, e Love Dalen ha confrontato 12 genomi di Panthera spelaea con 20 genomi di leoni moderni provenienti da Africa e Asia meridionale. Il risultato e' una linea evolutiva indipendente, con mutazioni uniche su geni legati a cervello, vista, crescita e sviluppo del sistema circolatorio. Sono queste differenze a spiegare dimensioni e comportamenti che separavano il predatore delle steppe dei mammut dal cugino africano.
Il dataset copre l'intero arco degli ultimi 100.000 anni della specie e conferma l'estinzione attorno a 14.000-15.000 anni fa, in parallelo al crollo della megafauna dell'ultimo glaciale. La qualita' del DNA ottenuto dai cuccioli ritrovati nel permafrost siberiano e' stato l'elemento chiave per riempire i buchi cronologici lasciati dalle sole ossa fossili. Cosa rivela il DNA dei primati sull'evoluzione - EduNews24
Divergenti da 1,5 milioni di anni, ma con scambi fino al 4,4%
Il numero meno raccontato dalle prime sintesi italiane e' quello del flusso genico residuo. Nonostante 1,5 milioni di anni di separazione, alcuni campioni di leone delle caverne del tardo Pleistocene mostrano un'ancestralita' da leone moderno compresa tra il 3,2% e il 4,4%, mentre il gene flow complessivo resta sotto il 5% del genoma. Due specie ben distinte, quindi, che pero' si sono incrociate ripetutamente quando l'avanzata dei ghiacciai costringeva *Panthera spelaea* a migrare verso l'Asia centrale e sud-occidentale. L'analisi mostra anche che gli episodi di gene flow sono distribuiti su decine di migliaia di anni, non concentrati in un singolo evento di contatto.
In quelle finestre fredde il contatto con popolazioni di leoni del Vicino Oriente, oggi estinte, ha lasciato la sua impronta nel DNA dei felini delle steppe. E' un meccanismo gia' osservato dalla paleogenomica su altre megafaune pleistoceniche: la pressione climatica spinge specie diverse in territori di sovrapposizione, e il flusso genico aumenta proprio quando i due genomi, per eta', sarebbero piu' distanti.
Il dato pesa anche sul corpo. Nel Pleistocene Medio gli esemplari toccavano i 400-500 kg; gli ultimi, prima dell'estinzione, scendevano a 70-90 kg, comparabili a un leone moderno di piccola taglia. Mentre la specie si rimpiccioliva, lo scambio genetico con il cugino africano cresceva.
Cosa cambia per i fossili italiani di Notarchirico
In Italia il leone delle caverne ha lasciato una traccia precoce. A Notarchirico, vicino a Venosa in Basilicata, un metatarsale ritrovato negli strati datati 660.000-610.000 anni fa e' la piu' antica testimonianza della specie nell'Europa meridionale. Con la nuova cronologia della divergenza, quel fossile arriva quando *Panthera spelaea* era gia' una linea indipendente da quasi un milione di anni: non un cugino in transizione, ma una specie con il suo bagaglio adattativo gia' fissato.
Per chi studia la fauna pleistocenica del Sud Italia, la separazione genetica profonda chiarisce perche' i resti italiani mostrano caratteri cranici e dentari cosi' distanti da quelli dei leoni africani contemporanei. Il sito di Notarchirico, scavato da decenni, ha gia' restituito strati con tracce di Homo heidelbergensis: la nuova datazione genomica disegna meglio lo scenario in cui i due si incrociavano. Il cratere d'impatto piu' antico e la storia della Terra - EduNews24
Il prossimo passo annunciato dal team di Stoccolma e' estendere il campionamento ai resti italiani e dell'Europa meridionale, finora poco rappresentati nei database paleogenomici. Saranno questi a dire se il Sud Italia, durante l'ultimo glaciale, fu uno dei rifugi termici dei grandi felini delle steppe. Marte e la ferridrite, segni di un antico oceano - EduNews24