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Classica e jazz armonicamente simili al pop: i dati di 21.480 brani

Studio italiano su 21.480 brani in 4 secoli: jazz e classica convergono al pop. Di Marco svela il paradosso della digitalizzazione musicale.

Il jazz del 2020 è armonicamente più vicino al pop degli anni '80 che al bebop degli anni '50. La musica classica composta nel Novecento mostra strutture melodiche più simili al rock che alle grandi sinfonie romantiche. Non è un'impressione soggettiva: è il risultato di una ricerca italiana su 21.480 composizioni di musica occidentale, analizzate su quattro secoli, dal 1600 al 2021.

Lo studio: sei generi, quattro secoli, 21.480 file MIDI

Il gruppo guidato da Niccolò Di Marco, computational social scientist all'Università della Tuscia di Viterbo, ha applicato la network science a file MIDI di sei generi: classica, jazz, pop, rock, elettronica e hip hop. Il metodo trasforma le note in nodi di una rete e le transizioni tra note in connessioni. La mappa risultante misura quanto un brano esplora lo spazio musicale possibile: quante combinazioni diverse di note utilizza rispetto alle regole del genere. Una rete ricca e variata indica alta complessità; una rete uniforme e ripetitiva indica strutture semplici. Lo studio è pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature.

I risultati mostrano una convergenza progressiva. La complessità della musica classica aveva fluttuato per secoli fino al 1900, poi è entrata in un declino costante nel Novecento. Il jazz ha percorso una traiettoria opposta nella prima metà del secolo: la complessità è cresciuta con lo sviluppo del bebop e del jazz modale - il periodo di Miles Davis e John Coltrane, tra gli anni '50 e '60 - per poi ridursi progressivamente, avvicinandosi ai pattern di pop e rock. Oggi classica e jazz condividono strutture armoniche simili a generi nati decenni dopo di loro.

Il paradosso digitale: più accesso, meno diversità strutturale

Perché avviene questa convergenza? Di Marco indica la digitalizzazione come causa probabile. L'accesso universale a milioni di brani registrati ha cambiato il modo in cui i musicisti si ispirano: invece di sviluppare percorsi armonici originali, tendono a riprodurre strutture già consolidate e riconoscibili dal pubblico. Lo stesso ricercatore ha documentato in uno studio parallelo una tendenza al minimalismo nelle copertine degli album musicali negli ultimi decenni, a conferma che la convergenza estetica riguarda sia la struttura sonora che la forma visiva.

I metodi computazionali trasformano ogni ambito della ricerca: dall'intelligenza artificiale di Google per l'asfalto autoriparante al quantum computing che ridefinisce i fondamenti dell'informatica, la stessa logica data-driven che Di Marco ha applicato alla musica si diffonde in ogni settore dove ci sono dati da interpretare.

Strutture più semplici non significano musica peggiore. La semplicità armonica abbassa la barriera cognitiva di ascolto e favorisce il coinvolgimento emotivo. Ricerche internazionali documentano come la musica sostenga la salute mentale: i pattern ripetitivi e riconoscibili risultano tra i più efficaci nel ridurre stress e ansia, una dimensione che l'analisi strutturale da sola non cattura.

La musicologa: «Mai così tanta diversità nell'ascolto»

Friedlind Riedel, musicologa culturale all'Università di Salisburgo, mette in prospettiva: «C'è sempre stata un'ansia per la semplificazione in musica. Come in tutte le arti, esiste una lunga storia di pessimismo culturale, l'idea di un grigiore generalizzato. Le opportunità di ascolto però non sono mai state così diverse come oggi.» Lo studio riconosce il limite esplicitamente: il metodo analizza solo la struttura matematica di melodia e armonia nei file MIDI, senza misurare testi, produzione, sound design o contesto culturale.

Il paradosso è misurabile: l'accesso illimitato alla musica ha uniformato la composizione, non diversificato. Quando ogni compositore può ascoltare in streaming l'intera produzione mondiale degli ultimi cent'anni, la contaminazione stilistica diventa normalizzazione armonica. La complessità non scompare: si redistribuisce dai pattern melodici verso i dettagli di produzione, il sound design, la sperimentazione timbrica - dimensioni che il metodo MIDI semplicemente non registra.

Di Marco conclude che i musicisti moderni stanno trovando «un modo diverso di fare grande musica». La convergenza strutturale è misurabile su quattro secoli di composizioni: la domanda è se le piattaforme di streaming, premiando con visibilità le strutture più familiari, stiano ulteriormente accelerando questa tendenza nei generi che si erano storicamente differenziati proprio per la loro complessità armonica.

Pubblicato il: 25 maggio 2026 alle ore 10:16